Lunedì, 21 Ottobre 2019  
                                                   

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IL TEATRO CI GUARDA

di Antonio Tedesco
L´età dell´innocenza

Molti si lamentano del fatto che il teatro non rappresenti più la realtà. Che non sia più in grado di rispondere alle esigenze espressive dei tempi. Sopravanzato da altri sistemi di comunicazione più diffusi, più immediati, più veloci. Ma forse, se si prova a guardare un po´ più a fondo ci si accorge che questa non è l´interpretazione giusta dei fatti. Il meccanismo originario di riproduzione della realtà, della sua rappresentazione per brani, per frammenti, per accostamenti di senso, infatti, è già tutto lì, nel teatro. Ciò che si è prodotto dopo, in pellicola, e poi attraverso strumentazioni elettroniche o digitali, o in qualunque altro modo più evoluto e moderno, nasce sempre tutto da lì. Proprio per questo il teatro tanto più ci rappresenta quanto più ci pare che si stia allontanando da noi. Perché in realtà siamo noi che ci stiamo allontanando dal teatro, che non siamo più in grado di capirlo. E il teatro, in questa sua presunta distanza, fa, come sempre, il suo lavoro. Riflette questa nostra incapacità. L´inadeguatezza della nostra presuntuosa contemporaneità di essere al suo livello.

Il teatro ci guarda. A noi, pubblico, spettatori, che ci siamo sempre illusi di essere quelli che vanno a  "guardare". E invece è lui che ci aspetta lì, acquattato, sornione, nei suoi luoghi deputati, ci accoglie e poi, senza tanti complimenti, ci dice chi siamo, cosa stiamo facendo, perché siamo lì. E, forse, lo fa con tanta più forza quanto più ci pare insufficiente, inadeguato, fuori luogo, noioso. Anche perché capita che noioso lo sia davvero, in molti casi. E non potrebbe non esserlo.

Riflessi. Inevitabili, ineluttabili.

Il teatro ci guarda. E in un cattivo pubblico si riflette un cattivo teatro.

 

In L´età dell´innocenza, il film uscito nel 1993, che Martin Scorsese trasse dal famoso romanzo di Edith Wharton, c´è una lunga sequenza iniziale che si svolge proprio all´interno di un teatro. E´ in corso la rappresentazione di un´opera lirica. Ma la macchina da presa del regista preferisce indugiare sulle figure e sui volti degli spettatori presenti in platea e nei palchetti. Ne coglie dettagli dell´abbigliamento, ne rileva piccoli e preziosi accessori, si sofferma sui visi, sulle loro espressioni, sui tratti che ne lasciano intuire il carattere. Siamo nella New York del 1870, dove la cosiddetta "buona società" riproduce i vezzi e i modi della Londra vittoriana. Scorsese sorprende questa "tribù" di altolocati in un momento rituale di grande importanza, quello dell´esposizione in una raffinatissima vetrina quale può essere, appunto, quella del teatro d´opera. Ne coglie l´essenza che è tutta in questa plateale maniera di manifestarsi in pubblico. Nel suo "mettersi in scena" (in maniera persino sfrontata) sulla ribalta della mondanità.

E non è un caso, allora, che il regista dopo aver a lungo vagato con la sua cinepresa tra quei volti e quei corpi, con un audace movimento di macchina ribalta la prospettiva  e inquadra l´intero teatro dal punto di vista del palcoscenico, rovesciando completamente i ruoli tra chi guarda e chi è guardato.

E assumendo, così, singolarmente, un punto di vista che coincide perfettamente con quello dell´immagine del Volto del Figlio di Dio, nel recente allestimento della Sociétas Raffaello Sanzio.

 


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Servizio numero uno


(15 febbraio 2012)


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