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Gli speciali di Elio Barletta

Mercadet l´Affarista (Mercadet le faiseur) di Honoré de Balzac

Napoli - In scena al Mercadante  – da mercoledì 7 a domenica 18 dicembre – per il terzo appuntamento in cartellone è comparso Mercadet L´Affarista di Honoré de Balzac, uno spettacolo la cui lunga tournée si protrae dalla scorsa stagione teatrale. Infatti – non tenendo conto delle soste di qualche giorno in sale minori – già per il 2010/2011, ha interessato lo Stabile di Catania (22 febbraio–6 marzo), l´Alessandro Bonci di Cesena (10–13 marzo), il Politeama Rossetti di Trieste (22–27 marzo), il Nuovo Giovanni da Udine di Udine (30 marzo–2 aprile) mentre, per il 2011/2012, si sta spostando al Della Corte di Genova (25 ottobre–5 novembre), al Quirino di Roma (1–20 novenbre), al Goldoni di Venezia (23–27 novembre), al La Pergola di Firenze (29 novembre–4 dicembre), al Vittorio Emanuele di Messina (4–8 gennaio), all´Apollo di Crotone (9–10 gennaio), all´Auditorium Santa Chiara di Trento (12–15 gennaio),  al Sociale di Brescia (25–29 gennaio), al Carignano di Torino (5–10 aprile).   

Con la coproduzione di Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro Stabile di Calabria e Teatro Quirino – Vittorio Gassman, la commedia si avvale della traduzione di Alberto Bassetti, della direzione di Antonio Calenda (regia) e dell´interpretazione di Geppy Gleijeses (attore protagonista). Si muovono in scena, in ordine d´apparizione: Antonio Tallura (Brédif), Geppy Gleijeses (Auguste Mercadet), Piergiorgio Fasolo (Justin, maggiordomo), Marianella Bargilli  (Julie Mercadet, figlia di Auguste), Paila Pavese (Madame Mercadet, moglie di Auguste), Osvaldo Ruggieri (Goulard, creditore), Francesco Benedetto (Pierquin, usuraio), Alfonso Veneroso (Verdelin, amico di Auguste), Adriano Braidotti (Adolphe Minard, contabile), Ferruccio Ferrante (Mericourt, amico di de la Brive), Jacopo Venturiero (Michinnin de la Brive, profittatore), Antonio Ferrante (Berchut). Collaborano per la parte tecnica Pier Paolo Bisleri (scene), Carla Teti (costumi), Germano Mazzocchetti (musiche), Nino Napoletano (luci).   

Molti giornali editi in stampa ed on line – ivi compresa l´apposita rassegna di Teatrocult – si sono soffermati sull´avvenimento. Esso è servito ad avvicinare il grande pubblico della prosa ad uno dei più noti e fervidi romanzieri dell´800, quel Honoré de Balzac nato il 20 maggio 1799 a Tours, popoloso comune capitale del dipartimento Indre e Loira della Francia centro-occidentale, incluso fra le Città e Terre d´arte e storia ( Ville d´Art et d´Histoire). La sua famiglia abbastanza agiata della media borghesia soltanto nel 1830 aggiunse il "de" al suo cognome. Primo di quattro figli maschi  studiò in collegio a Vendτme, a Tours, a Parigi, dove, trasferitosi con la famiglia, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza, lavorò come scrivano nello studio notarile di tale Jules Janin, per poi scoprire a vent´anni la vocazione letteraria che lo portò a diventare – in un´esistenza densa di difficoltà, insuccessi, indigenze, passioni, viaggi, guadagni, dissipazioni – un autentico maestro del romanzo realista francese del secolo XIX. Morì il 18 agosto 1850 a Parigi – non per l´affaticamento nello scrivere, come si ritenne per un certo periodo, ma per una peritonite trasformata in cancrena – e l´orazione funebre alla sua sepoltura fu tenuta da Victor Hugo, nel cimitero Père Lachaise.

Ci permettiamo però di omettere l´aggiunta della qualifica di  "drammaturgo" per due ragioni, una delle quali è legata alla riflessione  ché il Balzac, nei suoi soli 51 anni di esistenza, riuscì a dedicare al teatro soltanto questa commedia – unanimemente stimata come una delle migliori del tempo moderno – ma pur sempre unica e raramente rappresentata. Si devono infatti trascurare altre sue creazioni che non ebbero esiti positivi. La tragedia in versi, Cromwell, ed il romanzo filosofico, Sténie, scritti negli anni giovanili, riportarono due clamorosi insuccessi che lo indussero per vari anni a fare il giornalista, l´editore, il tipografo ed lo scrittore di narrativa mimetizzato da vari pseudonimi. Analoghi sfortunati suoi tentativi teatrali si registrarono negli ultimi anni di vita. In particolare il Vautrin del 1840, di cui fu persino proibita la rappresentazione, mentre Mercadet le faiseur, dopo vari e vani tentativi, fu messo in scena soltanto un anno dopo la sua scomparsa, nel 1851. Quando però ciò avvenne il favore della critica e del pubblico fu tale che si superarono le cento repliche al Gymnase di Parigi. Tale successo fu all´epoca essenzialmente procurato dalla novità del contenuto, una trama interamente concentrata sulla completa disponibilità del protagonista al malaffare ed alla corruttela della società francese dell´epoca. Analogo successo, sebbene in forma più contenuta e meditata, si rinnova oggi qui da noi – in Italia ed, in particolare, a Napoli – per la stupefacente identificazione che un racconto di 160 anni fa trova nella realtà quotidiana che ci circonda e ci deprime.  

La trama si articola intorno ad August Mercadet – geniale ed irriducibile malandrino – che vive con l´unico maniacale intento di intuire tutte le situazioni da cui trarre immediati vantaggi prevalentemente illeciti, di speculare su dati di fatto del tutto falsi da lui stesso presentati come ineccepibilmente veri, di assecondare la propria insaziabile libidine di guadagno giocando in Borsa con il denaro altrui. Intanto  è ormai sull´orlo della bancarotta, una crisi che, quando non riesce a negarla, imputa alla partenza di un fantomatico socio Godeau – a suo dire andato via con la cassa a cercar fortuna nelle Indie – di cui non si sa più nulla. Assediato dai creditori – che  però sa ancora fronteggiare grazie al suo innato talento nella conduzione di trattative fraudolente – riesce di volta in volta ad assumere atteggiamenti mutevoli, basati sul nulla, convinto che nel mondo degli affari conti l´immagine e non la sostanza. Ma nell´attesa del ritorno di Godeau, Mercadet non resta passivo come avviene per l´analogo, quasi omonimo eroe di beckettiana memoria. Ritenendo che il denaro sia l´unico motore della società moderna e l´onore sia esclusivamente fondato sull´apparenza, usa Madame la consorte quale specchietto per le allodole della propria fortuna. La costringe ad essere costantemente agghindata per ogni eventuale avvenimento della società mondana, consapevole che il lusso sbandierato da una moglie sia il più affidabile indice di valutazione della fortuna del marito. Riesce così a far credere ai propri creditori – più sensibili di lui ai facili guadagni – di navigare nella più favorevole agiatezza. Ne ottiene pertanto le loro azioni, alle quali addirittura aggiunge i risparmi dei suoi servitori che impiegherà nei vari intrallazzi speculativi. Sempre ostentando ricchezza cerca di maritare sua figlia Julie – abbastanza brutta ed imbranata –  con un certo signor De la Brive che ritiene ricco. Invece costui – sotto le spoglie di uno svampito bellimbusto – è  un autentico imbroglione che, sotto altro nome, è ben noto ad uno stuolo di debitori che gli dà la caccia. Si fa credere innammorato e facoltoso pretendente di Julie perché – ritenendo a sua volta che il padre sia ricco – spera di rimettersi economicamente in sesto sposandola. Ma Mercadet, schiacciato dalle tante e crescenti difficoltà, riuscirà ancora una volta a trovare lo spunto vincente – questa volta decisivo – inventandosi il ritorno del suo socio. Alla notizia si genera infatti un fitto gioco di vendite d´azioni sottobanco miranti a comprare azioni in ribasso per poi rivenderle in rialzo, durante il quale è più volte dato per imminente l´arrivo, da tutti sperato ma falso, di Godeau. E il denaro sufficiente per saldare i debiti esistenti e rimettere economicamente in sella l´Affarista esce inaspettatamente fuori. Non lo procura il socio immaginario, bensì il padre di Adolphe, il giovane contabile che – frequentando rispettosamente casa Mercadet – ha più volte manifestato il suo amore per Julie, dalla quale è pure ricambiato. In un finale oltremodo tipico di commedia a lieto fine si ha un riequilibrio anche sul piano della morale: Mercadet, sollecitato dalla moglie ed indotto dalle vicissitudini incontrate a cambiare decisamente vita, annuncia che si ritirerà in campagna con la consorte per iniziare un´esistenza diversa. A tal proposito vale la pena di ricordare la gustosa e significativa battuta che la moglie di Mercadet rivolge più di una volta al marito e a De la Brive: «Perché non vi trovate un lavoro onesto?». Al che entrambi rispondono con stupito sgomento: «Un lavoro?»

Se tale sorprendente annuncio sarà puntualmente rispettato – considerato il personaggio – è un dubbio  che l´autore ha lasciato agli spettatori di ogni epoca. Poco prima di morire, Honoré de Balzac così scrisse sull´argomento: «Ah! Conoscete la nostra epoca! Oggi, signora, tutti i sentimenti svaniscono e il denaro li sospinge. Non esistono più interessi perché non esiste più la famiglia, ma solo individui! Vedete! L´avvenire di ciascuno è in una cassa pubblica (…) Vendete gesso per zucchero: se riuscite a far fortuna senza suscitare lamentele, diventate deputato, pari di Francia o ministro!»

La netta ed amara ironia insita in tali affermazioni porta alla sorprendente conclusione che aspetti negativi della società francese del 1840 possono pari pari trasporsi nella società italiana d´oggi. Antonio Calenda il regista  teatrale salernitano laureato in Filosofia del diritto – uno dei più prolifici del panorama italiano – che, dopo il progetto di ricerca del Teatro Sperimentale Centouno vissuto con Gigi Proietti,  Virginio Gazzolo, Piera Degli Esposti e Francesca Benedetti, i nove anni del Teatro Stabile dell´Aquila,  i lavori della drammaturgia classica, contemporanea e propria, la direzione dal 1995 del Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia, è tornato con Mercadet l´Affarista a dirigere una commedia, ha aggiunto:

«La commedia di Balzac possiede una stringente attualità, un incredibile impatto sul lettore contemporaneo, poiché tratta temi molto sentiti, come la frenesia e l´immoralità delle speculazioni economiche, lo spietato gioco delle Borse, il mondo losco e cinico degli affari. Proprio il modo incisivo, realistico e allo stesso tempo molto ironico in cui l´autore raffigura questo universo ambiguo, e la sua perfetta, significativa attinenza con il nostro presente mi ha indotto, assieme a Geppy Gleijeses, a incentrare su questo testo un nuovo progetto di produzione».

L´intenzione del regista di rendere anche con l´immagine l´impostazione dell´autore si è concretizzata nella scenografia di Pier Paolo Bisleri: uno sfavillante e lussuoso lampadario pendente al centro, su  un gran numero di mobili, delle più diverse dimensioni – prevalentemente armadi – disposti in file parallele tutt´intorno servono a dare l´idea dell´accaparramento smisurato.

Geppy Gleijeses – nell´assumere una parte che automaticamente riporta  col ricordo all´ultimo, indimenticabile Mercadet interpretato, quasi 50 anni fa, da Tino Buazzelli. – dal canto suo ha commentato: «Il personaggio che interpreto è straordinario una figura gigantesca, pantagruelica e grottesca che si muove tra malinconia, divertimento e sopraffazione, con la possibilità di ribaltare continuamente la situazione in cui si trova a vivere.» La sua nota versatilità e le sue notevoli risorse interpretative gli fanno vivere egregiamente un personaggio monomaniaco, vigoroso, geniale, cialtrone, eccezionale, come Mercadet. Già di per sé simpatico e comunicativo, più volte suscita, nella recitazione, l´applauso del pubblico a scena aperta. Non c´è che da dir bene degli altri attori, anche se in tutti – compreso Gleijeses  - è abbastanza evidente un marcato aspetto caricaturale. Specialmente Marianella Bargilli,  si è dovuta sottoporre ad una doppia costrizione per diventare brutta, quella riguardante l´abbigliamento ridicolmente infantile e quella dell´impostazione goffa dei movimenti e della voce. Il risultato è che della giovane Julie si dà la prerogativa di essere stupida quando invece non lo è affatto, anzi – nella dolcezza del carattere e per la delicatezza dei sentimenti espressi – è l´unica a veder chiaro ciò che sta avvenendo.  

Scrittore prolifico, ha elaborato un´opera monumentale - la Commedia umana - ciclo di numerosi romanzi e racconti che hanno l´obiettivo all´autore o, come ha detto più volte l´autore stesso, di "fare concorrenza allo stato civile".

Dopo ben due ore di spettacolo comprensive di intervallo, gli spettatori hanno ripetutamente applaudito gli attori, particolarmente l´ottimo Gleijeses.

Peccato che l´unica opera teatrale di successo di Honoré de Balzac non faccia prendere coscienza alla gran parte dei presenti della grandiosità di quell´autentico colosso narrativo che il romanziere concepì e realizzò – ma  non fece purtroppo in tempo a completare – e che resta unico nella storia della letteratura universale. Ci riferiamo a La Commedia umana (La Comédie humaine) – la raccolta sistematica ed organizzata di ben 137 opere, in altrettanti libri, costituite da romanzi realistici, fantastici e filosofici, racconti, saggi, studi analitici e novelle, raggruppate in un solo titolo secondo le edizioni e classificate per ambiente sociale, luoghi geografici, categorie psicologiche (scene di vita privata, scene della vita di provincia) riunite in insiemi generici (studi di costume, studi analitici, studi filosofici) – avente l´obiettivo di descrivere in modo quasi esaustivo la società francese contemporanea. Questa riflessione rappresenta il secondo motivo che ci ha impedito di definire Balzac un drammaturgo. Basta e avanza, per noi, riconoscerlo uno dei più grandi "narratori" di tutti i tempi.

 

(19 dicembre 2011)

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