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I CORSIVI DI ELDORADO
Parole nel wuoter
Atto primo

Grado zero. Il moderno del secolo XX si presentò alla fine dell’800 in maniera radicale, si sa, è notorius. Fine di Leon Battista Alberti, fine della sua prospettiva, di quel cono ottico. Nuovi punti di s-vista, nuove scene, nuovi orizzonti. Freudiani, checoviani, kafkiani, picassani … nuovi palcoscenici di Ibsen, di Musil, di cioccolate e madeleine. Con collegamenti a distanza di Marconi senza fili. Tutto è in movimento, con nuove parole d’ordine e inediti slogan. Tempo nuovo, all’istante, all’istantanea. Empi moderni. “Ornamento è delitto” è uno degli slogan più efficaci coniati in quel tempo speranzoso, del quale siamo figli e nipotastri. Lo inventò Adolf Loos (1870 – 1933), l’architetto viennese tutto d’un pezzo che mangiava solo lisci e salutari roast beef: niente leccornie alla maionese, niente cream caramel. E’ sempre quaresima moderna, soprattutto nel periodo 1908 – 1910, quando - appunto – Loos scrisse questo famoso articolo “proibizionista”. Assoluto ed efficace come l’altro slogan-comandamento della modernità primo ‘900: “la forma segue la funzione, niente più finzione, né frizione” (by arch. Sullivan).
“L’Ornamento segue la funzione” confluì poi, tra gli altri, nel fortunato libro: “Parole nel vuoto” (1921, traduzione italiana “gli Adelphi”, n. 40, 1992, ristampato recentemente, 16.00 euro, traduzione Sonia Gessner). Se si sfoglia e si saltella oggi, come è capita a me che qui scrivo, da un articolo all’altro di Loos, si ritrova lo slancio curioso e virtuoso verso una critica complessiva del gusto di quel tempo lontano. Anzi lontanissimo, anticonformista, speranzoso. In tempi di eurobond ed eurobande. Resisti Partenone!!!
Si incontra così: “Biancheria intima”, una goduria, p. 87; e poi quello sui plumbers, cioè sugli idraulici e servizi igienici, 1898, che “fanno la differenza tra l’Austria e l’Inghilterra”, pagina 57 (Duchamp – R. Mutt col suo orinatoio capovolto a fontana era già in agguato con Loos …). E poi “Vetro e argilla”, esemplare e netto: “quei vasi erano semplicemente pratici. E noi li abbiamo presi sempre per belli: come è potuto accadere?”, (p. 42) … fino a “le orecchie malate di Beethoven”, pag. 267.
Ogni riga evidenzia l’odio di Loos per una cultura decorativa e di superficie, per le arti stupidamente decorative e … per l’amico Ulk, gulp!!, al quale polemicamente scrive profetico: “… e io, in verità in verità ti dico che … verrà un giorno in cui l’arredamento di una cella carceraria ad opera del professor Van de Velde sarà considerato un inasprimento di pena del 41 bis”.
Ornamenti a tolleranza zero, non c’è che dire!
Loos scrive in modo naturalmente quotidiano, senza paludamenti accademici. Per un uomini frontali, senza inutili orpelli e orecchini (“ho visto Maradona … oh mammà, innamorato son … ho s-visto la Madonna …). Loos è l’antischettino per antonomasia. Per lui niente “va bbuò” e “mo’ vedimmo!!!”. Tutto va male, tutto è da vedere, … tutto è da semplificare e da ridurre a l’oos …., specie nella prima metà dei testi raccolti nel libro, quand’era giovanissimo e con una marcia in più. Con un ritmo di costruzione della frase sprint … e una felicità interna lorda-netta fatta a pil e contropil. Propellente che lo porta a scrivere avventure vissute. Come quella, esemplare, folle, del “critico d’arte musicale per una notte, a New York?”
Non lo conoscete, amici miei corsivi-bamboccioni? No? Rimanete con noi e lo saprete. Pausa di due minuti. Ci vediamo dopo la pubblicità.

(16 febbraio 2012)

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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