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IL TEATRO CI GUARDA

di Antonio Tedesco

Sguardi incrociati


Da quante parti ci guarda il teatro, e che ci dice quando ci guarda?.

I primi di giugno di quest’anno, mentre a Napoli partiva in gran pompa il Napoli Teatro Festival a Jenin, una località della Palestina, veniva rapito nella sua casa (per la precisione, la notte del 6 giugno), da militari dell’esercito israeliano, Nabil Al-Raee, Direttore Artistico del Freedom Theatre (che ha sede, appunto, in quel campo profughi) per essere portato in una località sconosciuta.

Il Teatro, nel suo osservare il mondo, immancabilmente ne riflette i guasti. Cosa ci dice qui da noi nel corso, per esempio, di queste opulente manifestazioni estive? Con quale dei suoi infiniti aspetti possibili si presenta e ci rappresenta?

L’impressione è che qui si mostri sempre con quella faccia un po’ offuscata, forzatamente ingentilita da quel velo di mondanità, di possente dispiegamento di mezzi che ha al suo interno, però, sempre una valenza doppia. Quella cioè di parlarci attraverso le sue messe in scena, e non solo quelle più audaci e significative,   di quali e quanti guasti ci siano nel sistema, ma anche, allo stesso tempo, di quanto bisogno abbiamo proprio di quel sistema per poterne denunciare i guasti.
Altre volte, invece, la voce del teatro ci arriva severa e profonda da luoghi che ci paiono più lontani, da eventi che i giornali non riportano o ai quali, in qualche caso, accennano solo di sfuggita.
Il comunicato stampa diramato dal Freedom Theatre a proposito del rapimento di Nabil Al-Raee, e ripreso da qualche sito italiano, specifica che molti componenti di quella struttura artistica sono stati di recente convocati e sottoposti ad interrogatorio da parte delle autorità dell’esercito israeliano. Ma contro il suo Direttore Artistico, dunque il cuore e il simbolo di quel teatro stesso, si è deciso di intervenire in armi con un blitz militare vero e proprio.
Il teatro modula la sua voce a secondo dei luoghi in cui si esprime.
Non esiste gran differenza tra un teatro soggiogato e un teatro ribelle, perché anche quello soggiogato è specchio, forse ancor più impietoso, della società che lo esprime. Certamente non si può negare che è proprio in situazioni di frontiera come quella palestinese che il teatro non solo ci guarda in profondità, ma legittima con più forza il suo sguardo.
Che si fa tanto acuto e intenso che, come l’episodio del Freedom Theatre dimostra, c’è chi proprio questo sguardo non riesce a tollerarlo.

(1 ottobre 2012)


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