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IL TEATRO CI GUARDA

di Antonio Tedesco

La solitudine dei numeri zero

E se Jennifer avesse avuto facebook?

La protagonista di Le cinque rose di Jennifer, la piece di Annibale Ruccello (ri)vista recentemente al  Teatro San Ferdinando di Napoli nella nuova versione realizzata da Pierpaolo Sepe, vede la sua esistenza scandita dagli squilli pressoché continui di un telefono che non porta mai, però, la notizia d lei attesa e sperata. Quegli squilli sembrano, piuttosto, l’eco del vuoto che arriva da un indefinito altrove. Chissà se Jennifer, potendo avere a disposizione il famoso social network, sarebbe riuscita più facilmente a contattare il suo agognato (e chissà se mai veramente esistito) Franco, dal quale aspetta invano, da mesi, una telefonata.

Certo, in tal caso si sarebbe persa, forse, quella speciale emozione che sta proprio nell’attesa. L’attesa di quel fatidico “squillo”. Considerando che è proprio nella speranza della sua realizzazione che risiede il massimo valore di un desiderio.

E’ l’attesa di quella chiamata, infatti, che dà a Jennifer la sua specifica dimensione teatrale. Che diviene la sintesi della sua tragedia personale, che si può leggere come emblematica di una più vasta e generale condizione tragica dell’intera umanità.

Una condizione che oggi probabilmente si è trasferita proprio su quei social network che si sono trasformati in una forma virtuale di palcoscenico. Un luogo dove esibire sé stessi e partecipare ad una commedia umana sterilizzata, omogeneizzata, svuotata, forse, proprio di umanità.

Ma i social network sono davvero il nuovo teatro del mondo o sono solo il suo volantino pubblicitario, simile a quelli che ci fa trovare nella cassetta della posta il supermarket sotto casa? Chiassosi, colorati, con le “offerte” del giorno sparate in primo piano. Che ci invitano sempre e solo a comprare.

Chissà se avendo la possibilità di “stare su facebook” Jennifer sarebbe riuscita a esprimere ugualmente, con tanta dolente partecipazione, la sua “piccola tragedia minimale”. Chissà se avrebbe ugualmente potuto trasmettere quel senso profondo di umanità incomprensibile, piuttosto che incompresa. Quella solitudine e quello smarrimento che sembrano acuiti dal fatto di essere gli ultimi, gli emarginati, i numeri zero, rinchiusi in un quartiere ghetto abitato solo da trans (come lo sono, appunto, Jennifere e Anna, le due protagoniste).

Ci sono vari modi di “mettersi in scena”. Ciò che fa la differenza è il livello di consapevolezza che se ne ha.

I social network sono spesso un accumulo chiassoso e indiscriminato che cercano con l’eccesso e la sovrabbondanza di coprire la loro vera natura solitaria e disperata. Il teatro, invece, con la sua millenaria esperienza, guarda in faccia senza remore la realtà.

Pierpaolo Sepe lo ha capito perfettamente. Nel suo allestimento di questo spettacolo ha spogliato la scena di ogni orpello, che pur l’autore aveva previsto per meglio caratterizzare i suoi personaggi.

Nel finale il palcoscenico si svuota ulteriormente e “apre” sé stesso, con tutte le sue strutture e i suoi meccanismi, allo sguardo impietoso dello spettatore.

Così come si offrono a quello stesso sguardo denudandosi, sia pur parzialmente, le due protagoniste, e con esse gli ottimi attori (Benedetto Casillo e Franco Iavarone) che le interpretano.

Mentre facebook mette in scena la disperazione tutta contemporanea della sovrabbondanza e dell’accumulo, il teatro, semplicemente, si spoglia.

 

(5 marzo 2012)

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