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IL TEATRO CI GUARDA

di Antonio Tedesco
Il volto di Gennaro

Il teatro ci guarda. Come il Cristo di Antonello da Messina (Salvator Mundi) che campeggia sulla scena di Sul concetto di Volto nel Figlio di Dio, lo spettacolo della Sociètas Raffaello Sanzio che tante polemiche ha suscitato in questi ultimi giorni per le contestazioni ricevute da parte di gruppi di cattolici integralisti a Parigi e a Milano. La riproduzione del noto ritratto in forma di gigantografia è posta a sfondo della scena e, in un certo senso, "guarda il pubblico" che gli sta di fronte.

Si pone, appunto, come uno specchio, un riflesso, come sempre è il teatro nei confronti di chi lo guarda.
E che, soprattutto, dal teatro viene guardato.
Questa particolare collocazione scenografica, risulta pienamente funzionale anche a spiegare il senso di questa rubrica. E, in più, ci induce ad altre riflessioni sul "concetto di volto".
Nello stesso giorno in cui al Teatro Parenti di Milano andava in scena lo spettacolo della Raffaello Sanzio a Napoli si inaugurava, all´Accademia di Belle Arti, la mostra dedicata a Gennaro Vitello e alla nascita dell´Avanguardia Teatrale Napoletana negli anni Sessanta.

Ed è proprio al volto di Gennaro Vitello che vogliamo dedicare il primo numero di questa rubrica.

 

 

Il volto di Gennaro  

 

Ci sono volti che sembrano segnati dagli dei.

Volti dotati di un fascino, di una ricchezza, di una necessità, che trascendono e sconvolgono i canoni riconosciuti della bellezza. Volti che portano impressi nei loro tratti i segni di una sensibilità diversa, inusuale, difficile da classificare. Volti irregolari, a volte asimmetrici, segnati e scavati da rughe inattese, da rilievi e avvallamenti che ne determinano, più che una fisionomia, un paesaggio, uno spazio interiore che lotta e preme per manifestarsi all´esterno come può.

Pensate al volto di Pasolini, con nei tratti i retaggi di un´antica civiltà contadina, in netto contrasto con la sua voce gentile, educata, quasi timida.

Pensate a Raffaele Viviani, alla sua faccia che pareva quasi una maschera, capace di racchiudere e condensare in sé secoli di autentica tradizione popolare.

Pensate a Samuel Beckett, al fitto reticolo di rughe che gli incidevano il viso scavando in profondità, come la sua scrittura faceva con le espressioni più recondite e inafferrabili dell´animo umano.

Gennaro Vitiello aveva un volto così.

Che trovava la sua armonia in una indefinibile irregolarità. Che nascondeva la sensibilità umana e l´inesausto spirito della fanciullezza dietro tratti che portavano in sé i segni di una cultura antica, ancestrale. Un volto che racchiudeva non solo la sua storia, ma la storia della sua terra e di un mondo che si andava perdendo. Un volto che aveva assunto in sé, nella sua espressione aperta, a volte disarmata, quei tratti nobili e popolari insieme, che rimandano alle origini di un´intera civiltà.

Un volto così è difficile da descrivere. E´ un volto che bisogna vedere. Un volto segnato dagli dei.

 

(31 gennaio 2012)

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