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La Braschi, una subrettina nel deserto di Beckett per riflettere sulla vita

"Giorni felici" con la moglie di Benigni e la regia di Renzi

Servizio di Francesco Gaudiosi


Caserta -  Fino al 22 dicembre al teatro Civico 14, Nicoletta Braschi con Giorni Felici di Beckett.

" una donna letteralmente ben piantata a terra. Si arrabatta con tutta se stessa, vive la tragedia dello sprofondare nella fine con grazia, senza ribellarsi. E quando affiora il dolore, sa come tenerlo a bada con noncuranza". Così Nicoletta Braschi definisce in una intervista la sua Winnie, la protagonista di "Giorni felici", uno dei capolavori di Samuel Beckett nella rivisitazione di Andrea Renzi, regista, con Roberto Di Francesco al fianco della moglie di Roberto Benigni, nel ruolo di Willie, suo marito.

La coppia che anima "Giorni felici" è emblematica dell´autore irlandese: lei sprofonda lentamente dentro un cumulo di sabbia; lui striscia come una bestia in una cavità di quel cumulo, dove ha scavato la propria tana. "Tutto intorno è il deserto beckettiano", precisa Renzi, che dirige la Braschi per la seconda volta dopo la felice esperienza, tre anni fa, di un altro classico del Novecento, "Tradimenti" di Harold Pinter. Renzi, evocando il modello del teatro nel teatro, legge Winnie e Willie "non come semplici esseri umani, ma come creature, per l´appunto, teatrali, ombre di palcoscenico che hanno ancora il desiderio di comunicare con noi. Lo stesso Beckett, d´altra parte, dava questa interpretazione, dicendo per esempio all´attrice che per prima dette corpo a Willie, di pensare, nel costruire il personaggio, a una subrettina".

"Che cosa ci dice si chiede il regista il deserto disperato di Winnie e Willie? Le buone maniere, le vecchie abitudini, le citazioni dei classici, la borsa di Winnie con lo spazzolino e il rossetto e il cappellino sono un mondo riconoscibile? Le loro parole sono ancora umane?" La verità è che il Premio Nobel irlandese costringe noi contemporanei "a confrontarci con la problematicità della vita in una epoca in cui la società fa di tutto per non guardarla e restare, inguaribilmente, alla superficie delle cose". 

 

Dicembre 2013

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