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A.H. al Teatro Nuovo, uno spettacolo intelligente, profondo e coraggioso

E Latella ne firma la regia

Servizio di Maddalena Porcelli

Napoli, 14-17 novembre. Anche stavolta Antonio Latella ci offre, con la sua compagnia StabileMobile, al Teatro Nuovo, uno spettacolo intelligente, profondo e coraggioso. Ne firma la regia, mentre la drammaturgia è scritta a quattro mani, insieme a Federico Bellini. A.H.( Adolf Hitler) è un monologo straordinario, sorretto dalla sapienza attoriale di Francesco Manetti, al quale, senza riserva alcuna, va attribuito il pieno merito di un’operazione compiuta. A.H., non il simbolo del male ma il punto di partenza e di arrivo per l’indagine di tutti quegli elementi fondanti  che costituiscono il patrimonio genetico dell’intera cultura occidentale, l’origine, la sua matrice storica. Francesco Manetti si presenta a noi su un palco vuoto: nessun oggetto, solo un grande foglio da disegno e un piccolo manichino da pittore che forse rappresenta una perfezione solo formale, in contrasto con la disumanizzazione degli esseri viventi; nessuna luce, solo dei riflettori calati  dall’alto sull’attore.

Vestito di  bianco- la sua figura elegante si staglia dinnanzi a noi in una luce di candore- pronto a drammatizzare  la scena: quel corpo sarà parola, voce, segno, gesto, in un continuo alternarsi di esaltazione e ripiegamento, di scavo profondo e meticoloso, di una grande  mimesi storica. Via via  quel corpo e il suo abito diverranno lerci, pregni di polvere e di sangue. Il corpo riscrive, mimando con smorfie grottesche i colpi, i suoni, l’orrore delle armi, dalla clava alla mitragliatrice, dal gas nervino all’atomica, fino alla distruzione, all’annientamento di sé e del mondo. Bereshith ”In principio”, è la parola che comprende le lettere con le quali si descrive l’atto la Creazione e il destino di essa, affidato al popolo eletto. Bet è la prima lettera di quella parola e comprende il tutto. Essa viene scritta sul grande foglio nella quale l’attore inserisce una traccia d’inchiostro nero: i baffetti del Furer. La parola si fa corpo, ripetuta in modo ossessivo, mimata attraverso contorsioni del corpo, del viso, della bocca, della lingua. Così inizia la storia della storia, così recita la Torah, che insieme al Sefer Yetzirah(libro della formazione) sono i testi sacri ebraici su cui si fonda l’intero impianto strutturale della nostra cultura.    L’indagine parte dunque dall’analisi di quella prima parola  divina, legge impressa nei geni degli uomini nell’atto stesso della creazione, quel verbo che coincide immediatamente con la menzogna, offerta all’uomo come nutrimento di ogni sua futura azione e pensiero. Hitler odiava gli ebrei in quanto popolo eletto e in questo assunto rivelava l’invidia e la frustrazione di non essere egli stesso e il suo popolo  detentore di un tale primato. Ma è proprio questa presunzione originaria a determinare quella volontà di potenza che provocherà tanto abominio. C’è un momento di grande impatto emotivo e nel quale si definisce il rito teatrale che coinvolge noi spettatori. E’ quel momento in cui l’attore, con furia ansimante, strappa il grande foglio sul quale ha disegnato la lettera ebraica bet, in tanti piccoli pezzi, tanti quante le vittime dell’Olocausto, e li lancia sulla platea, improvvisamente, senza preavviso. E’ lo shock, la presa di coscienza della responsabilità verso la quale siamo richiamati e alla quale dobbiamo rispondere. Orrore, rifiuto, panico…, lo spazio della riflessione, del coinvolgimento e della responsabilità che induce a riaprire  una storia mai conclusa in quanto rimossa dalla coscienza europea. Ogni nazione europea si è fondata sul concetto di razza, ogni sua fortuna si è consolidata attraverso lo sterminio, il dominio e lo sfruttamento di altri popoli. Il male non è affatto dipeso dalla follia di un uomo o di un popolo, quello tedesco, incarnato nel Furer;  il male appartiene a un’intera cultura, la nostra. Ovunque volessimo oltremodo scavare nel corpo della storia umana, non troveremmo che prepotenza, sopraffazione e volontà di potenza, sempre. Questo è il messaggio, chiaro, onesto, coraggioso, che Latella ci affida. Resta a noi tutti la capacità di non limitarci alla mera riflessione passiva ma di rompere quel muro di silenzio e di oblio che avvolge le nostre menti e che ci fornisce comodi alibi  e operarci alla decostruzione di una cultura fallace, sulla quale abbiamo costruito tutte quelle certezze che ci permettono di accettare con indifferente apatia le peggiori abiezioni. Bereshit è la parola che contiene il significato e il significante di una menzogna che sta a fondamento del  pensiero  e dei comportamenti che di quella parola  rappresentano la deriva. Quella rimozione  è inscritta nei testi più antichi e coincide con il male, con il verbo, con la menzogna. Latella affronta quel timore e  riporta alla luce una condizione umana originaria: è come guardare in uno specchio deformante il nostro io più profondo. La  rimozione è profonda e viene da lontano, è legata indissolubilmente alla nascita degli dei, poi a quella di un unico Dio, sul quale abbiamo proiettato il nostro desiderio di onnipotenza. Senso di onnipotenza e menzogna camminano insieme, lungo la strada del male. Sia le vittime che i carnefici sembrano non comprenderne la complicità, i primi tesi a rimuovere ciò che sarebbe doloroso rivivere, i secondi ad occultarne le responsabilità. Nel corpo dell’attore possiamo leggere i segni di una scrittura di un dio onnipotente che affidò all’uomo il potere e l’arroganza di stabilire il proprio dominio sul mondo e di averne giustificazione. Questo è stato il sogno di Hitler, che ha semplicemente messo in pratica quelle istanze che trovavano applicazione in un momento  della storia a lui favorevole, un sogno che il tempo non smetterà di alimentare, a meno che non assumiamo la responsabilità di affrontarne la rimozione.

 

19 novembre 2013

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