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La Réunification des Deux Corées da una creazione di Joel Pommerat

Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa – 6, 7, 8 giugno 2013

Servizio di Antonio Tedesco

Napoli - Si chiude a Pietrarsa, nei suggestivi spazi delle ex Officine delle Ferrovie Italiane, ora Museo Nazionale Ferroviario, la stagione 2012-2013 del Teatro Stabile di Napoli, mentre in quello stesso luogo, e contemporaneamente in altri teatri della città, si apre (sempre il 6 di giugno) la sesta edizione del Napoli Teatro Festival. Più che a sancire una continuità, questa corrispondenza sembra quasi saldare un´unità di percorso. Che si manifesta principalmente nello stretto interscambio di produzioni teatrali, come in una certa convergenza di risorse economiche e di indirizzi artistici, concentrati, soprattutto nella figura dell´unico direttore per entrambi gli enti.

La Réunification des Deux Corées, non a caso, verrebbe da dire, è il titolo di questo spettacolo-cerniera (andato in scena nella Sala dei 500, del suddetto Museo Ferroviario) che unisce queste due istituzioni teatrali e che, forse ancora non a caso, è incentrato su una sorta di "Frammenti di discorso amoroso", per dirla con Roland Barthes, ma solo per dimostrare quanto mostruose (e in quante differenti sfumature) possano risultare certe unioni che normalmente (e superficialmente) vengono definite "amorose". L´amore, nello spettacolo, è inteso nel senso stretto di rapporto relazionale tra due persone che decidono, in base ad una attrazione o a delle affinità vere o presunte, di condividere totalmente o in parte, la propria vita. Il titolo, allora, estrapolato da una battuta del testo, funziona come paradosso. Come l´unione di due entità che, seppur apparentemente affini, si rivelano, poi, del tutto lontane e inconciliabili. A poco serve parlare la stessa lingua, avere le stesse abitudini e perfino condividere lo stesso territorio (casa? Palcoscenico?). Allora, per citare questa volta uno scrittore, il grande Raymond Carver, "Di cosa parliamo quando parliamo d´amore?" (e "di teatro?", verrebbe da parafrasare). La tesi esposta dal regista francese (tra i più validi e accorsati nel suo paese), Joel Pommerat, è evidente. Dietro lo scudo dei sentimenti ("amorosi") si nasconde, spesso, la più ostinata e feroce delle umane follie. Il più cieco cannibalismo sentimentale, desiderio di possesso, ansia di controllo e, in pratica, la più mastodontica e micidiale delle umane illusioni. Diciannove quadri incalzanti si susseguono, inframezzati da pochi istanti di buio, con minimi, essenziali, elementi scenici che definiscono di volta in volta gli ambienti. A declinare diciannove volte – ma il numero potrebbe estendersi all´infinito – le varianti di quest´unica, universale, ossessione, attraverso la quale ogni essere umano cerca di combattere la solitudine e lo smarrimento che lo affligge. In questa sorta di girandola impazzita grande prova dei nove attori in scena, che con ammirevole versatilità, mutano in pochi istanti, pelle, personaggi, clima emotivo, in un tour de force a tratti virtuosistico. Alla fine del quale si conclude che la tanto agognata Réunification, non potrà mai avvenire, almeno non nei termini assoluti e idealizzati in cui viene comunemente intesa. Ma, come abbiamo potuto constatare, se les deux Corèès (geografiche e umane) sono destinate a rimanere separate, i "due teatri" , qualche punto di contatto, anche solido, lo possono trovare. Potrebbe essere un esempio? Una strada da seguire? Bisognerebbe chiedere a Joel Pommerat cosa ne pensa.

 

11 giugno 2013


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