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Peter Brook a Napoli per una residenza non proprio creativa

Sconcertante messa in scena al Sannazaro del testo di Beckett

Servizio di Anita Curci

Napoli ha ammaliato letterati, poeti, artisti di ogni tempo e provenienza, innalzandosi a musa ispiratrice per opere di innegabile prestigio. Non ha funzionato con Peter Brook che stavolta, inseguendo l´amato ideale dell´essenzialità, si è trovato a sottrarre tanto da non lasciare più nulla, neppure lo spettacolo. Un teatro negato, insomma. Niente a che fare con i precedenti capolavori del grande regista britannico.
Lo Spopolatore, la prosa che Samuel Beckett scrisse nel 1966, fu ideato già in un clima di estrema sofferenza degli elementi in campo. O, forse, sarebbe più appropriato parlare del concepimento di una geometrica claustrofobia, dove non si poteva né si doveva togliere nulla. Poiché ogni tassello del racconto era già troppo affidato al solo linguaggio.

Tutti ci siamo chiesti, durante la grande attesa di questa prima mondiale in scena al Sannazaro fino a domenica 9 giugno, come Brook avesse immaginato il famoso cilindro con nicchie che doveva accogliere le duecento anime senza possibilità di fuga.

Strano a dirsi, e mai si sarebbe potuto sospettare, che la forma del teatro e la disposizione degli spettatori che affollavano gli stretti palchi, ne avrebbero offerto una singolare rappresentazione. Forse questa la geniale idea?

Tre scale a pioli su un palcoscenico desolato e desolante, una sola anima, l´attrice con in mano il copione. Miriam Goldschmidt ha letto in francese provando ad arricchire le parole con una gestualità poco coinvolgente ma ricca di volontà interpretativa. Lo sforzo, infatti, di voler evocare il senso di smarrimento, d´impotenza, di disperazione presente nel testo di Beckett è ammirevole, ma non riesce ad esplodere, ad arrivare al pubblico, che lascia il teatro distante e deluso.

 

8 giugno 2013


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