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CHELLO CA PE´ TE NUN VUO´

Tratto da Un curioso accidente di Carlo Goldoni

regia di Luciano Medusa

Servizio di Antonio Tedesco

Napoli - Una farsa napoletana calata in ambiente veneziano. Come a sancire un antico connubio. O meglio, una radice comune. Così potrebbe definirsi sostanzialmente Chello ca pe´ te nun vuo´, il testo in dialetto (o forse sarebbe meglio dire lingua) napoletano che Luciano Medusa ha tratto da Un curioso accidente, commedia scritta da Carlo Goldoni nel 1760 e che per arguzia di scrittura, costruzione dell´intreccio e piacevole, ma non superficiale, leggerezza della sua trama, non occupa certo un posto secondario nella vasta produzione dell´autore veneziano. Un opera che nasce già, per molti versi, “nomade”, in quanto pare che Goldoni avesse voluto ambientarne l´azione in Olanda per allontanare il sospetto, di fatto veritiero, che si fosse ispirato a vicende realmente accadute a Venezia, e per di più a persone di sua conoscenza. Ora quello stesso testo trova una trasposizione in lingua napoletana, continuando, per cosi dire, il suo viaggio tra paesi e culture, ma conservando intatta, nella sua pur classica struttura drammaturgica, il suo impatto comico, ma anche una limpida visione morale che lo sostiene. La versione in napoletano, però, va ancora oltre. Sancisce una continuità se non addirittura un gemellaggio. E´ stato detto, infatti, che le due vere lingue teatrali italiane sono il veneziano e il napoletano. Entrambe portatrici di una cultura popolare che si è fatta tradizione scenica. Due “scuole teatrali” cresciute e sviluppatesi sulla fervida scia della Commedia dell´Arte. Incamminatesi, poi, su propri percorsi autonomi, ma sempre perfettamente riconoscibili. Pienamente legittimo, dunque, questo ricongiungimento operato da Luciano Medusa che oltre ad aver curato la traduzione e riduzione del testo goldoniano ne è anche il regista, per la produzione della Associazione Res Novae Teatro. Come nella miglior tradizione di questo genere teatrale l´intreccio si fonda su un equivoco. Il ricco mercante Don Filiberto, crede che lo studente squattrinato ma di belle speranze, che ospita in casa sua come pensionante, sia innamorato di Costanza, la figlia del suo vicino, quando, in realtà, la tresca amorosa imbastita dallo studente stesso riguarda Giannina che è proprio la figlia di Don Filiberto. Così, quest´ultimo, convinto di non essere coinvolto direttamente, si sente in dovere di dare consigli e incoraggiamenti, fino a mettersi contro il suo ignaro vicino, e spingere, quelli che lui crede essere i due innamorati, ad una fuga d´amore, per mettere il presunto padre renitente di fronte al fatto compiuto. Fuga che avverrà, ma nella quale sarà coinvolta sua figlia, Giannina, che è la vera innamorata di Enrico, lo studente. Con tutte le immaginabili conseguenze e fino al classico ricomponimento finale. Ovviamente l´andamento piacevole e brillante della vicenda, sostenuta da dialoghi e scambi di battute arguti e a tratti esilaranti, è accentuato da quel vago senso di straniamento che è dato dal contrasto tra l´ambiente scenico (di Mimmo Memoli) e i costumi (di Concetta Martone) di matrice tipicamente settecentesca e veneziana, e la parlata dei personaggi improntata ad un dialetto napoletano che da reminiscenze della Commedia dell´Arte, appunto, arriva alla più recente tradizione del teatro scarpettiano. La gestione efficace di questo contrasto va, naturalmente, a merito degli   attori che compongono l´affiatata compagnia. Dai collaudati protagonisti, Franco Pinelli, che tiene il personaggio di Don Filiberto in divertente equilibrio tra affettato manierismo settecentesco e prosaica immediatezza napoletana, e Lucia Palminteri, che dà vivacità e brio alla sua “serva amorosa” Marianna (una di quelle   figure femminili che Goldoni porterà a pieno compimento nel personaggio di Mirandolina, de La locandiera), agli altrettanto bravi Marcello Novissimo, Antonio Lippiello, Gabriella Volpe, Maria Scatola, con la sua verve da caratterista davvero notevole, e Carlo Maratea, nel ruolo del vecchio Riccardo padre di Costanza e rivale, acerrimo quanto sguaiato, di Don Filiberto. Lo spettacolo ha chiuso, il 20 e il 21 aprile scorsi, la stagione teatrale 2012-2013 del Teatro Gelsomino di Afragola.

 

26 aprile 2013

 

 

 

 

 

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