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Il soccombente al Teatro Nuovo di Napoli

Quando la musica diventa letale

Servizio di Francesca Piccirillo

Napoli - Al Teatro Nuovo martedì 16 aprile è andato in scena Il soccombente, ovvero il mistero di Glenn Gould (in replica fino a domenica 21). Tratto dall´omonimo romanzo, in parte autobiografico, dello scrittore austriaco Thomas Bernhard, primo di una trilogia sulle Arti scritta tra il 1983 e il 1985, Il Soccombente arriva in Italia in una versione teatrale ridotta da Ruggero Cappuccio, con regia di Nadia Baldi, interpretato da Roberto Herlitzka e Marina Sorrenti. Presentato da Teatro Segreto e Neraonda, l´allestimento vede impegnata Nadia Baldi alla regia di un capolavoro della letteratura mondiale del Novecento, in una traduzione teatrale che ne esalta la profondità e lo spessore introspettivo. Esilissima la scenografia, essenziale come il colore nero che vi domina, esigua la luce che si insinua a malapena tra le parole del protagonista, fioca e misera come i ricordi che illumina. Solo di tanto in tanto il buio viene squarciato da proiezioni videografiche curate da Davide Scognamiglio e le parole accompagnate da austere note  (musiche originali di Marco Betta). Amara riflessione sul successo e sul fallimento umano, l’opera risuona come un interrotto monologo, e scandaglia fino in fondo le contraddizioni e le lacerazioni della psiche, specchio di una poetica cara alla più lucida letteratura del Novecento. Herlitzka racconta con note di profondo lirismo, senza tuttavia tralasciare l’intensità e il realismo che contraddistinguono il suo timbro di voce e la sua mimica facciale,  il rapporto d´amicizia che si stabilisce tra tre pianisti: l´io narrante, (presumibilmente alterego dell’autore stesso) Wertheimer e per l´appunto Glenn Gould. I tre, compagni di studio si incontrano al Mozarteum di Salisburgo, si formano insieme sotto la guida di Vladimir Horowitz, legandosi in un profondissimo rapporto ambiguo e conflittuale che si rivelerà fatale.
Presa coscienza della superiorità artistica del genio canadese Gould, dopo averlo sentito suonare le Variazioni Goldberg di Bach, i due amici non riusciranno più a sopportare il paragone con la sovrumana virtuosità del terzo; lasceranno il Mozarteum in profonda depressione, per non suonare mai più, l’uno si ritirerà nella più completa desolazione mentre Wertheimer, il soccombente appunto, arriverà al suicidio.
Proprio dal suicidio di Wertheimer nascono le ossessive riflessioni dell’Io narrante, chiuso nella solitudine della propria mente, in un confronto serrato con il passato che lo porta ad analizzare l’esperienza artistica e il temperamento di tre esseri umani annientati dall’arte. Il “radicalismo pianistico” di Gould, di quel genio che desiderava solamente diventare esso stesso musica, trasformandosi nel proprio Steinway e abolendo così qualunque intermediario tra il pianoforte e Bach, porta i due amici a ridimensionare del tutto il proprio talento artistico e di conseguenza il proprio talento esistenziale. Incapaci di raggiungere il virtuosismo del genio i due diventano così inabili a vivere, ossessionati  dalla minaccia della mediocrità e dalla frustrazione della propria sconfitta abbandonano la musica e soccombono alla vita.
Scritto proprio come Glenn Gould suonava: senza un a-capo e senza una pausa, il flusso di pensieri esplode impetuoso in un unico tempo, come un’irrefrenabile confessione, una dolorosa ammissione di colpa.
Interrotto soltanto dai ridondanti: “pensai” che l’anima impone come a sottolineare la necessità di un atto estremo, verbi che scandiscono le sezioni di una narrazione senza tempo e senza luogo, Herlitzka riesce davvero a sfondare la quarta parete e a coinvolgere il pubblico in una seduta analitica dalla quale nessuno esce salvo.

 

 

18 aprile 2013

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