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All’Elicantropo Ilaria Delli Paoli nelle vesti di Bernardina Pisa in un monologo serrato

Napoli, 1647, Rivoluzione d’amore

Servizio di Maddalena Porcelli

Napoli - La Compagnia Mutamenti presenta, al Teatro Elicantropo, fino a domenica 14 aprile, “Napoli, 1647, Rivoluzione d’amore”, con una messinscena davvero interessante di Roberto Solofria. Lo spettacolo, tratto dal testo dell’autrice Marilena Lucente, è interpretato dall’attrice Ilaria Delli Paoli nelle vesti di Bernardina Pisa, compagna e moglie di Tommaso Aniello D’Amalfi detto Masaniello, che in un monologo serrato, intenso, faticoso, ci restituisce, attraverso il racconto intimista del proprio amore, la scena di dinamiche storiche, politiche e sociali di un momento cruciale della storia europea. Guerre, pressione fiscale, carestie e pestilenze dilagavano in tutta l’Europa sottoponendo i popoli a durissime condizioni. A Napoli, e nel sud in generale, il governo, affidato a viceré del tutto disinteressati, con l’appoggio dei baroni parassitari, conducevano una vita del tutto dissoluta a spese del popolo, rendendone la vita  intollerabile e ai limiti della sopravvivenza. Proteste, tentativi di ribellione privi d’esito avvenivano un po’ ovunque, ma a Napoli e per la prima volta,  in Europa, si verificò lo straordinario riscatto  del proletariato che in nome della libertà e della giustizia si ribellò al potere sottraendosi al giogo dell’oppressione. Il racconto fluisce nell’intreccio continuo tra il piano personale e quello pubblico. Bernardina si sofferma a  descrivere i sentimenti di passione  per quell’amore unico della sua esistenza , un amore capace di  sfidare il tempo della vita e della morte, carico di speranze ma anche di  paura, di dolore, di angoscia per quell’uomo che, “prima ancora d’esser suo era di tutti”, sempre sospinto da un’irrefrenabile passione per la libertà e d’intolleranza  al potere  e  perciò  esposto al continuo, estenuante rischio di morte. Una coreografia scarna, ridotta ai minimi termini: nessuna luce, nessuna musica; candele, accese e spente di continuo, che illuminano e oscurano solo lo spazio che circonda l’attrice e il suo incedere compulsivo dentro le mura di un carcere. Una storia d’amore ,dunque, ma di un amore che rompe i margini dell’individuale  e diventa universale.   L’abilità registica risulta notevole per quell’idea   d’ inquadrare il personaggio, restringendone al massimo il campo di luce  e rivelarci di volta in volta qualcosa: un tassello dietro l’altro, come dipinti su tele apparentemente scollegati che infine si ricompongono in un unico grande, superbo affresco storico.  Molti sono i richiami all’attualità. Per certi aspetti, in realtà, essa ci risulta non molto modificata, se non nelle forme esteriori, ed è proprio questo che al di là del coinvolgimento emotivo c’ investe di una necessaria quanto razionale   riflessione. Masaniello fu una figura tragica, morto per amore di un popolo che grazie a lui   aveva provato a riscattarsi.  Un popolo che allora, come oggi, mutatis mutandis, non è stato posto nella condizione di acquisire  coscienza dei  propri diritti, abbandonato e schiacciato da un potere che lo ha sempre ritenuto indegno , che lo ha usato e strumentalizzato sempre e solo per i propri interessi e  dinnanzi al quale esso è stato costretto a sottomettersi entrando in una spirale di negazione di sé che non gli ha mai consentito  la conquista di quella cittadinanza politica in grado di emanciparlo. Quel sogno rivoluzionario di Masaniello è stato forse l’unico tentativo di riscatto  troppo velocemente soffocato, stritolato e fagocitato dall’ingranaggio della macchina di un potere secolarmente  discriminante. Eppure è lì, nella memoria viva, e rifugge l’oblio…     

15 aprile 2013  

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