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MUNNO E TERZO MUNNO di Luigi Credendino con la regia di Giovanni Meola

Al Teatro Piccolo Bellini dal 5 al 14 aprile

Servizio di Antonio Tedesco

Napoli - L´umanità, oltre le apparenze. Dietro la facciata di una vita perduta, deviata, bruciata. Il tran tran quotidiano dello spaccio. La “normalità” di una vita anormale. L´ansia, l´angoscia. E il desiderio di un altrove, vissuto come quello di un mondo ignoto, lontano, difficile da mettere a fuoco. Un altrove che c´è da qualche parte ma che è faticoso da concepire, quasi impossibile da vedere con precisione. Munno e terzo munno, il testo di Luigi Credendino messo in scena con la regia di Giovanni Meola per Virus Teatrali, racconta la giornata tipo di tre “impiegati” della malavita, tre “travet”, si potrebbero definire, dello spaccio, con il loro stressante turno di lavoro quotidiano.

Gli incontri, i rischi, i pericoli, ma anche la noia, la ripetitività monotona dei gesti. La “prassi”, in qualche modo, dello spaccio, ma anche quella della comunicazione, fatta di segni, gesti, parole, ripetute fino allo sfinimento. Una meccanicità, un automatismo, come fossero operai alla catena di montaggio. Ma in un clima di tensione e di pericolo sempre incombente,  pronti alla fuga ad ogni minimo segnale. I tre protagonisti sono identificati come “un detentore”, “un pusher” e “un palo”. Intorno a loro la folla dei clienti, i consumatori della merce, che si alternano a ritmo frenetico. Ognuno a rappresentare una tipologia umana, un carattere appena accennato in poche battute, ma tutti connotati, in quel preciso momento, dalla maschera che indossano, come se la loro identità fosse annullata, la loro vita lasciata fuori dalla “piazza” dello spaccio, per lasciar posto all´unica cosa che conta in quel momento, il loro essere consumatori di droghe. E poi il via vai di “altri”, meno rassicuranti, meno controllabili dei “consumatori”. Fornitori, rivali, poliziotti in cerca di informazioni. Un piccolo universo deviato e deviante. Un mondo sommerso, ma brulicante. Come tanti piccoli ma voraci insetti sotto una zolla di terra. In un bel giardino curato, semmai, come quello che si vede all´inizio di Velluto blu di David Lynch. Quel mondo che ribolle minaccioso appena sotto la superficie. Ma Credendino e Meola, al di là della facile e scontata condanna, cercano in questo mondo quei barlumi di umanità che pure esistono. Quell´umanità sofferta e consumata che copre il disagio della sua condizione con la spavalda tracotanza dei suoi gesti e dei suoi atteggiamenti. Un disagio che la messa in scena, semplice e diretta, ma precisa, eleva a condizione universale. Tutto è stilizzato, tutto è ritmo, vocale e gestuale. Il linguaggio, che in quella realtà è un dialetto sporco, gergale, snaturato dagli innesti della modernità, diviene, nella scrittura di Credendino, una ballata in versi ricca di musicalità. Un batti e ribatti in rima che lo eleva a poesia, ma lo condanna, allo stesso tempo, alla sua ossessiva e incalzante (quasi meccanica) ripetitività. Così come la regia di Meola è giocata come fosse una coreografia di gesti e di azioni che si ripetono, che “martellano”, cercando in una realtà così cruda e dolorosa una sorta di astrazione, di dimensione assoluta, dalla quale nessuno può chiamarsi fuori e dirsi estraneo. A creare questa atmosfera straniante contribuiscono le musiche di Adriano Aponte, ispirate a un´idea di classico e di solenne, e i  costumi di Annalisa Ciaramella che arricchisce le felpe e i jeans di ordinanza con inquietanti segni che richiamano le sbarre di una prigione, sicuramente più interiore che fisica. In questo contesto ben orchestrato, si muovono a loro agio i cinque attori, lo stesso autore Luigi Credendino, con Daniele Matascioli, Marco Faticato, Vito Pace, Alessandro Palladino. I primi tre nei ruoli fissi sopra detti e gli altri due che si alternano nella vorticosa girandola di varia umanità che da loro si serve. Con quella maschera sul volto che li uniforma e li appiattisce al rango della stessa merce che vanno ad acquistare. Anonimi, a volte ipocriti, spogliati, spesso per loro stessa volontà, di ogni identità sociale.

 

8 aprile 2013



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