Martedì, 04 Agosto 2020  
                                                   

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FRACAMENTE ME NE INFISCHIO di Antonio Latella

Al Teatro Nuovo di Napoli

Servizio di Antonio Tedesco

Napoli - Bisognerebbe riscoprire la categoria del teatro “necessario”. Un teatro, cioè, che sappia assumere delle posizioni precise, esprimere un indirizzo di pensiero, e avere il coraggio di essere (di nuovo) persino ideologico. E che sappia fare tutto questo sfruttando gli elementi propri del suo specifico linguaggio. E, soprattutto, inventando nuove forme. Un teatro che sappia scuotere il torpore mentale in cui il pubblico (noi tutti) sembra essersi irrimediabilmente abbandonato. Francamente me ne infischio, allora, al di là del riferimento specifico, romanzesco e filmico, a cui allude, potrebbe diventare il nuovo slogan, quasi un grido di battaglia. Per scardinare alla radice il conformismo del pensiero omologato, della vita tele-comandata, in maniera così subdola e pervasiva da sembrare non solo indolore, ma finanche piacevole.

Antonio Latella assume Via col vento di Margaret Mitchell (uno dei “grandi romanzi” americani) come paradigma. Paradigma della storia “morale” dell’America, appunto. Dove la morale è anche, e soprattutto, quella del dollaro e della violenza. Dell’individualismo sfrenato elevato a sistema. E inteso, spesso, semplicemente, come la legge del più forte. L’operazione che il regista (che ha collaborato anche alle “variazioni drammaturgiche” sul tema di Via col vento, con gli autori dei testi, Linda Dalisi e Federico Bellini) compie sul romanzo della Mitchell, è assimilabile a quella compiuta da Joyce con il suo Ulisse sul poema omerico. Assume, cioè, il testo come itinerario mitico, una sorta di tracciato universale, all’interno del quale isola dei “luoghi” (narrativi) caricandoli di un valore simbolico che va molto al di là della, cosiddetta, “lettera del testo”. Un’operazione che celebra e dissacra allo stesso tempo e che, nel caso di Latella, smaschera impietosamente la narrazione, facendone emergere l’inquietante sottotesto, ben celato sotto l´involucro romanzesco e melodrammatico. E’ come se Latella distillasse il mito di Via col vento fino ad estrarne la pura essenza che lo pervade. Un inquietante “profumo” di violenza, di distruzione, di volontà di dominio. Una critica radicale che non riguarda soltanto gli Stati Uniti d’America, ma tutta la società Occidentale contemporanea che ne è pesantemente influenzata. 

La rappresentazione è divisa in cinque movimenti autonomi, ognuno dei quali con una durata che oscilla tra i 45 e i 75 minuti. Ogni “movimento” ha un suo stile, un suo carattere, una sua connotazione linguistica. Il tono predominante è quello dell’iperbole e del grottesco. Una sorta di tragico camuffato da eccesso. Come un ipertrofismo espressivo, anche questo indicativo di un tipico carattere della cultura americana. I titoli dei cinque movimenti sono, Twins, Atalanta, Black, Match, Tara. Ma dicono tutto e niente, perché all’interno di ognuno di essi convergono una quantità di segni e di riferimenti che travalicano decisamente quelli del romanzo, o del film che ne fu tratto, per raccogliere anche tutto ciò che dopo è venuto e che, in qualche modo, di lì è partito. Dal mito (cinematografico e non solo) di King Kong, allo sbarco sulla luna. Dai Simpson a Lady Gaga (passando, ovviamente, per Marilyn). Dalla “melina” della Apple, ai bottiglioni di Jack Daniel´s. E molto, molto altro ancora. Una messa in scena complessa e articolata, metaletteraria e metateatrale, eppure molto fisica, astratta e “carnale” allo stesso tempo. Un allestimento che andrebbe rivisto più volte per poterne cogliere e gustare tutte le innumerevoli allusioni e sfumature. Presentato domenica 24 marzo in una lunga maratona prolungatasi da mezzogiorno fino a quasi le nove della sera, dopo che i primi tre movimenti erano stati eseguiti nelle serate di venerdì e di sabato, sempre al Teatro Nuovo di Napoli.

Che dire, poi delle tre poliedriche, acrobatiche (sia in senso teatrale che letterale), multiformi attrici che, da sole sulla scena, hanno animato tutto questo? Caterina Carpio, Candida Nieri e Valentina Vacca, danno vita, nei cinque movimenti, alle molteplici facce di Rossella O’Hara, ma anche ai personaggi di contorno che con lei interagiscono, compreso gli uomini che l’hanno amata, sottoponendosi, ognuna di esse, ad un tour de force attoriale davvero ammirevole, un coinvolgimento fisico ed emotivo totale, capace di far risuonare una quantità inverosimile di corde interpretative, assecondando alla perfezione i ritmi a volte lenti, altre volte forsennati, di ogni “movimento”, sempre con uguale impegno ed efficacia. Il tutto per riaffermare un’idea di teatro che scuote e ribolle, che si schiera e che lotta, e che non vuole soccombere. E che ci invita, con la forza delle idee, ma anche della capacità e della bravura che queste attrici hanno ampiamente profuso, a non arrenderci, a fare altrettanto. dal 22 al  24 marzo

 

26 marzo 2013



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