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FERDINANDO di Annibale Ruccello con la regia di Arturo Cirillo

Al Teatro San Ferdinando

Servizio di Antonio Tedesco


Napoli – Ferdinando è il dramma del linguaggio. Ma anche della falsificazione, della manipolazione. Della realtà vissuta come inganno e illusione. Nei confronti di sé stessi, prima che degli altri. E´ un dramma da camera, la camera da letto di Donna Clotilde. Il letto in cui la decaduta nobildonna giace in pianta stabile (per scelta più che per necessità) è il palcoscenico dal quale lei quotidianamente si esibisce e si presenta al mondo. Un mondo molto ristretto il suo. Una parente povera che le fa da governante (Gesualdina), con la quale intrattiene un rapporto di vitalistica conflittualità. Un prete (Don Catello), un curato di campagna che la va quotidianamente a trovare e del quale lei conosce, o forse, solamente intuisce, le debolezze carnali e le lascivie. I tre formano una sorta di triangolo chiuso in sé stesso, nei suoi ambiti ristretti e soffocanti, asfittici e, in apparenza, senza via d´uscita. Ognuno di essi sembra giocare il suo ruolo a sostegno di un preciso interesse personale. Ma in realtà, ognuno dei tre mette in campo, a suo modo, un violento desiderio di autodistruzione. Che si esprime proprio  nel meccanismo della finzione quotidiana. In quel voler mettere in scena ogni volta, in quella squallida stanza, un “altro da sé”. In questa rappresentazione del desiderio di vita e di morte a un tempo (o forse di morte attraverso la rappresentazione della vita) si legittima la lettura che Arturo Cirillo dà del testo di Ruccello, utilizzando come chiave Le serve di Jean Genet. Una celebrazione rituale, una sorta di messa blasfema, che troverà nel giovane Ferdinando, piombato all´improvviso a scompigliare gli equilibri del soffocante triangolo, il suo altare sacrificale. Il luogo (fisico, umano) nel quale i tre personaggi immoleranno, ognuno in maniera diversa, sé stessi e le proprie residue illusioni. Ferdinando (il testo) è uno studio di antropologia applicata, un trattato linguistico, un compendio di psicologia. Annibale Ruccello dispiega nella sua scrittura una potenza drammaturgica compressa e concentrata, che proprio per questo risulta essere più potente e micidiale. Qui, ogni gesto, ogni parola, ma anche ogni fremito, ogni palpito, ogni singola sillaba, sono un segno. Una qualità del testo che Arturo Cirillo è riuscito ad esaltare con alcune, coraggiose scelte registiche. Proponendo la rappresentazione come un unico ininterrotto flusso di due ore e passa. Una sorta di fiume in piena gonfio di parole, espressioni dialettali (l’italiano è bandito o dovrebbe esserlo, dalla casa di Donna Clotilde), linguaggi verbali e gestuali che trascinano con sé non solo le vite stanche dei protagonisti, ma lo spirito intero del loro (ma anche del nostro) tempo. E proprio questo linguaggio, inteso nella sua accezione più ampia, è reso dagli attori (in special modo dalle due protagoniste femminili) con una dimensione che potremmo definire espressionista, per il suo essere sempre un po’, e volutamente, sopra le righe. Un linguaggio che nel suo apparente sgorgare con spontaneità è, invece, profondamente antinaturalistico, espressione evidente e dichiarata di un mondo di finzione. Un linguaggio addirittura “premeditato” e sapientemente utilizzato. Quasi un’arma impropria, con le sue affilate sfumature tonali, le sue calcolate coloriture, il suo espandersi e ritrarsi perfettamente calibrato. In special modo dal personaggio di Donna Clotilde. Una Sabrina Scuccimarra che aveva un difficile precedente alle spalle, quello di Isa Danieli, per la quale Ruccello aveva concepito il personaggio. Ha brillantemente superato l’ostacolo giocando su un campo diverso, quello di un’astrazione accentuata e calcolata, identificando il suo personaggio completamente, quasi beckettianamente, specie nella lunga prima parte dove non si muove dal letto, con questo flusso incessante di parole attraverso le quali tutto si costruisce e tutto si distrugge. Così come Monica Piseddu, nel ruolo di Gesualdina, sua degna antagonista, affida la sua espressività soprattutto al segno corporeo, al gesto, al movimento, a volte quasi meccanico, con il quale contrasta e sguscia via dall’assedio verbale di Clotilde. Sono loro, insieme al Don Catellino di Arturo Cirillo, ma quest’ultimo in tono minore, gli snodi cruciali della messa in scena. Mentre il Ferdinando di Nino Bruno è, fin dalla scrittura di Ruccello, elemento puramente funzionale, intorno al quale le pulsioni (e le disperazioni) degli altri personaggi, si misurano. Un testo in definitiva che, già considerato un capolavoro della drammaturgia contemporanea, esce ulteriormente valorizzato e arricchito da questa nuova messa in scena. Al San Ferdinando fino al 24 marzo.

 

22 marzo 2013

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