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Al Piccolo Bellini MALACRESCITA di Mimmo Borrelli

Servizio di Antonio Tedesco


Napoli - Malacrescita nasce come un’appendice, ma visto l’argomento, si potrebbe dire una escrescenza, del precedente spettacolo di Mimmo Borrelli intitolato La Madre, ‘i figli so’ piezze ‘i sfaccimma, presentato un paio di stagioni fa con molto successo e considerevole esito critico, anche a carattere nazionale. Di quello spettacolo racconta la stessa storia, ma attraverso una prospettiva differente. La vicenda è quella di Maria, anzi, Maria Sibilla Ascione, figlia di un ricco malavitoso della zona Flegrea, che cerca di elevarsi e distaccarsi dal suo ambiente familiare di origine, ma finisce con lo sposare un violento e arrogante capoclan chiamato Sandokan. Da questi ingravidata partorisce due gemelli. Desiderosa di spezzare la catena criminale ereditaria, e non avendo avuto il coraggio di eliminarle direttamente, né attraverso l’aborto, né ammazzandole in seguito, finisce con il tenere le due creature. Ma, novella e, per certi versi, rustica Medea, decide di “allattarli” con il vino fin da tenera età causando loro gravi ritardi mentali e malformazioni nella crescita. I due derelitti si trovano, così, a rappresentare i frutti di un degrado morale e fisico che, come un germe malefico, ha infettato persone, e luoghi. La stessa Maria ne è vittima, travolta ancora fanciulla da una precoce pubertà causata dal consumo di pomodori che proprio suo padre coltivava facendo largo uso di estrogeni e altri micidiali additivi. L’idea di Borrelli, come è evidente, è di innestare tutto questo sfacelo umano e ambientale in un contesto mitico che richiami il nobile passato di quelle terre, il litorale Flegreo, appunto, fino a Cuma e Bacoli, dando agli eventi, molto vicini alla triste cronaca dei nostri giorni, dignità di tragedia. Per fare ciò si affida ad un linguaggio estremamente aspro, duro, che mescola i retaggi della tradizione culturale dei luoghi con innesti gergali malavitosi di ostentata e imbastardita volgarità. Ma senza rinunciare, in tutto questo, a cercare lampi di poesia, di luce salvifica, aprendo squarci di dolore e di intensa malinconia, come a compensare la rabbia e la cieca violenza narrate. In Malacrescita, però, questo linguaggio subisce una nuova trasformazione. Si deteriora ulteriormente, si fa ancora più accidentato, afasico, si avvolge a spirale su se stesso.  La storia, infatti, è narrata dal punto di vista di una delle disgraziate creature, cresciuta con i suoi handicap, simbolo vivente della degenerazione e del degrado che l’hanno prodotto. E che lui rievoca a modo suo affidandosi a suoni e gestualità  spesso primordiali e istintivi, ma che, proprio in virtù di questa loro valenza primaria, finiscono con l’assumere quasi la solennità del rito. E infatti è un rito, sostanzialmente, questa messa in scena, che si svolge intorno ad una sorta di “ara”, paradossalmente fatta di bottiglie luminose che richiamano quell´elemento (il vino, che diventa anche emblema di un´ebbrezza selvaggia e incontrollata) che ha determinato la crescita distorta e mostruosa dei due gemelli. Un altare pagano intorno a cui il protagonista (lo stesso Mimmo Borrelli) gira ossessivamente, come a maledire e celebrare, ad un tempo, il suo destino. Il linguaggio insegue, qui, un proprio significato non tanto nelle parole pronunciate quanto nella loro musicalità. Borrelli, infatti, è in scena con un musicista, Antonio Della Ragione, che non solo lo accompagna, ma dialoga con lui attraverso i suoni. Un controcanto che è anche una dissoluzione definitiva del linguaggio stesso, quasi un ritorno alle origini della comunicazione, forse a significare la necessità di distruggere tutto quanto di nocivo e di negativo si è stratificato su quella lingua e ritrovare le radici culturali, e anche magiche, insite in quei determinati luoghi e nelle loro tradizioni. Borrelli si impegna moltissimo offrendo un‘ottima quanto estenuata prova d´attore. Ma si ha, a tratti l´impressione che l´ambizione e la complessità della messa in scena tendano a disperderne lo spirito originario in un accumulo barocco di segni, di riferimenti, di allusioni, non sempre agevolmente decifrabili. Qualcosa che richiama ad un azzeramento, ad una rottura degli schemi, ad una necessità di ritorno al caos primordiale. Ma che dà anche a questo allestimento l´impressione di essere uno spettacolo per iniziati. Al Piccolo Bellini di Napoli dal 7 al  10 marzo. 

10 marzo 2013

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