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TEATRO BELLINI

"La passione primordiale per la battaglia" di Pippo Delbono

Servizio di Daniela Morante

Napoli - Già un secolo fa Erich Fromm andò oltre il maestro Sigmund, definendo l’istinto autodistruttivo insito nella natura umana col termine più forte di passione. Capì infatti che le due pulsioni primarie, antagoniste in noi, non erano quelle mosse dai bisogni primari, cibo e sesso, ma quelle più profonde legate al principio di vita creativo e a quello complementare di morte e distruzione. Il passaggio concettuale dalla definizione freudiana di istinto a passione venne del resto confermato da diverse tendenze in arte e letteratura, (futuristi in primis), ostentatamente affascinate da tutto ciò che fosse putrefatto, non vivo, distruttivo e meccanico in noi e fuori di noi. Una passione inconscia e potente dunque, ma sociologicamente e culturalmente determinata. Anche nel caso di Delbono possiamo individuare questa tendenza alla distruttività e al nichilismo, come specchio di una più profonda risposta ad esigenze psichiche radicate nella sua e nella comune esistenza umana. Delbono ci guida infatti in un suo mondo, frutto probabile del suo vissuto, che ha le mura di un manicomio, sulle cui pareti ad effetto pittorico, grigie e sporche,  come in un sogno o incubo ad occhi aperti, si proiettano, spesso in ripetizioni ossessive, apparizioni, paesaggi di spazi aperti, tutto ciò che lo stesso è riuscito a portare inscena con il suo i phone e tutto ciò che rafforza la parola stessa, sua e di grandi autori, da lui decantata. Nello stesso spazio scenico si alternano poi in sequenza varie scene con personaggi particolari, donne, belle donne, delle quali alcune sono anche danzatrici, attori maschili, il bravo violinista Alexander Balanescu, e poi la presenza dell’amato Bobò, diversamente abile, di cui lo stesso regista ci spiega il triste vissuto. Un altro parallelo subito che viene immediato è al teatro di Kantor che in scena, a differenza, con una mimica breve, dirigeva i personaggi del suo mondo sfasciato: lui, la guerra l’aveva vissuta in prima persona, qui invece si presume un dopo la battaglia di una guerra esistenziale forse infinita, con brevi pause appunto tra una battaglia e l’altra. Un mondo alla deriva, grigio e claustrofobico dove si alternano come in una visione interiore, nani  e ballerini, un’umanità che si ritrova sopravvissuta a se stessa, e in una girandola di eventi dove non c’è catarsi, resistono forse, per quei brevi sprazzi di poesia urlata, per quei gesti convulsi nella danza, per gli assoli  struggenti di violino. Siamo dunque, per il nostro, immersi in una società pazza e malata, dove il livello dei disturbi psichici ha superato di gran lunga l’individuo considerato clinicamente malato e ora abbraccia patologie nascoste, frequenti in gran parte dell’umanità, una patologia dunque che esce dalle mura di reclusione psichiatrica e dilaga in  tutta la società con la sua tecnologia sempre più alienante.
Bobò invece, paradossalmente, testimone sopravvissuto della vera reclusione psichiatrica, sembra essere il più presente a se stesso, docile, per niente intimorito dalle tavole sceniche, esegue i suoi gesti senza essere personaggio, ma forse e solo per Pippo il suo alter ego: esegue, ma non scimmiotta, semplicemente è. Belli gli assoli danzati in omaggio alla grande Pina Baush.
Il pubblico applaude convinto, in standing ovation, approvando, dunque, la pulsione psichica comune. Dal 26 febbraio al 3 marzo.

1 marzo 2013                        

 

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