Giovedì, 17 Ottobre 2019  
                                                   

Cerca:  

 

THE SUIT nella messa in scena di Peter Brook

Al Mercadante fino al 10 marzo

Servizio di Antonio Tedesco


Napoli - Una storia in apparenza semplice, ma proprio per questo più inquietante nel suo svolgersi con toni così svagati e surreali. Tratta da un romanzo dello scrittore sudafricano Can Themba, la cui opera fu oscurata dall’ Apartheid, ambientata nella cittadina di Sophiatown, non lontano da Jhoannesburg è la storia di una coppia, Philomen (l’attore William Nadylam) e Matilda (Nonhlanahla Kheswa), che sembrano vivere felici e in buon accordo. Finché lui, messo sull’avviso da un amico (Jared McNeill, che è anche una sorta di gran cerimoniere dello spettacolo), non sorprende la moglie a letto con l’amante. Il quale nella fretta di scappare lascia lì il suo abito.

Questo vestito (the Suit del titolo, appunto) diventa il terzo incomodo, una sorta di convitato di pietra tra i due coniugi. Philomen, infatti, pretenderà che l’abito debba essere sempre presente nella vita della coppia, e trattato con tutti i riguardi, quasi fosse un ospite importante. Persino a tavola, nelle passeggiate e nei momenti di svago. Perché Matilda possa non dimenticare mai la sua colpa. Che le opprimerà il cuore in maniera, alla fine, insopportabile. Su questo schema abbastanza esile (già trattato dal maestro inglese in un altro grande spettacolo di alcuni anni fa, Le costume) Peter Brook costruisce il suo teatro. Fatto di poco, in apparenza, semplice ed elegante, arricchito dalle musiche suonate in scena dal vivo. Un teatro essiccato, depurato, ripulito. Sia dal punto di vista scenico, che da quello drammaturgico e attoriale. Un teatro che racconta sé stesso nel suo farsi. Un azione scenica che sembra descriversi nel momento in cui si compie. Che punta diritto all’essenziale. Cogliendo in questo modo i nodi centrali non solo del teatro inteso come lo stare in scena, ma della vita intesa come lo stare al mondo.

Quello di Peter Brook è un teatro che gioca con sé stesso. Che riscopre la naturale e spontanea teatralità dell’infanzia. I pochi elementi scenici, oltre ad alcuni appendiabiti cui vengono attribuite molte funzioni, sono delle sedie e un tavolino in legno, dalle forme essenziali e dipinti in colori vivaci. Quasi fosse la stanza dei giochi dei piccoli. Ben sapendo quanto impegno e quanta serietà vi sia nei giochi dei bambini.

Uno spettacolo ironico, tenero, sottilmente tragico, con le musiche dei tre partecipi musicisti che ne sottolineano ogni accento, ogni passaggio. Un vestito, un abito da uomo, che diventa un simulacro. Un’ombra minacciosa che incombe su una coppia che pareva avesse tutto per essere serena. Quel vestito riproduce in chiave simbolica tutto il dramma dell’Apartheid, ma diventa anche l’albero della conoscenza, il frutto proibito e la coppia si trasforma in Adamo ed Eva chiamati a scontare in eterno il peccato originale senza potersene mai liberare del tutto e la loro storia, quindi,  diventa in sintesi, la storia dell’umanità intera. Ma non c’è pesantezza né ricercata tragicità nella scrittura scenica di Brook. Tutto avviene con levità, leggerezza, come di chi sa che il gioco ha le sue regole che vanno rispettate, e che in ogni caso va giocato fino in fondo. Tanto poi si ricomincia. Domani un’altra replica. Il teatro e la vita sono fatti così.

 

1 marzo 2013


© RIPRODUZIONE RISERVATA



Seguici su




Consiglia questo indirizzo su Google























Morto Arnoldo Foà, aveva 98 anni: protagonista del ´900 dal teatro alla tv

L´actualité du mois et le programme des Théâtres Parisiens Associés Venez découvrir les pièces des Theatresparisiensassocies.com !

Venezia - HEDDA GABLER di Henrik Ibsen AL TEATRO GOLDONI DI VENEZIA | 8-12 gennaio 2014ţ con Manuela Mandracchia, Luciano Roman, Jacopo Venturiero, Simonetta Cartia,Federica Rosellini, Massimo Nicolini, Laura Piazza