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Alberti, Boni e Haber prototipi universali di una generazione senza risposte

ART di Yasmina Reza al teatro Mercadante

Servizio di Antonio Tedesco

Napoli - Un quadro bianco. Tre amici non più giovanissimi che, intorno a quel quadro, ripensano e ridefiniscono il loro ventennale rapporto. Tre diverse personalità che, intorno al vuoto (in molti sensi) rappresentato da quell’opera d’arte (un’opera, a modo suo, assoluta quanto spiazzante) scoprono i “vuoti” che affliggono le loro esistenze. E che ognuno riempie come può, in accordo con il proprio carattere e in funzione del proprio modo di essere. Marc, Serge e Yvan, sono i tre protagonisti di Art, il testo dell’autrice francese Yasmina Reza (tradotto per questa edizione da Alessandra Serra), andato in scena per la prima volta a Parigi nel 1994. Ognuno dei tre personaggi definisce un tipo umano che, in quanto tale, determina in sé una particolare visione del mondo. Queste soggettività nel loro confrontarsi, nell’interagire l’una con l’altra, intorno a questo “oggetto” destabilizzante, sviluppano una latente conflittualità che giunge a mettere in discussione i fondamenti stessi sui quali per tanti anni si era basata quell’amicizia. La ricerca di una illusoria “esclusività” da parte dell’affermato professionista Serge (l´acquisto di questo quadro “assurdo”, eppure capace di generare tanta inquietudine), crea disagio in Marc che, perentorio e spietatamente realista, contesta di principio la decisione dell’amico di pagare 200.000 euro una tela bianca (con qualche quasi invisibile rilievo su colore) qualificandola, per di più, come un’opera d’arte. Marc vive la scelta (un po’ folle?) di Serge come un affronto fatto a lui personalmente, quasi un’offesa alla loro amicizia. Teme, forse, che quel vuoto (artistico) possa sostituire il vuoto umano che si è aperto nel loro rapporto. L’ingresso di Yvan non migliora le cose. Terzo lato del triangolo “amicale”,  Yvan è un ipocondriaco, ansioso e insicuro, che cerca di mediare il conflitto tra gli altri due, riuscendo solo a peggiorare la situazione e a venirne, a sua volta trascinato dentro. Ma è chiaro a questo punto, che non è solo sul concetto di amicizia maschile che gira la pièce, quanto sul senso stesso delle relazioni umane più in generale (molto si parla delle famiglie, delle rispettive compagne, della vita intima dei tre), e in definitiva, come emerge nella battuta finale, “Vivere non è lasciare segni, ma attraversare uno spazio bianco e scomparire”. Quello del quadro bianco diventa, in questo senso, un simbolo potente che va molto oltre la presunta bizzarria dell’arte contemporanea. Così come il testo, nella sua quasi schematica semplicità, apre molteplici questioni e pone, senza parere, domande capitali di difficile risposta. I tre attori, Gigio Alberti (Marc), Alessio Boni (Serge) e Alessandro Haber (Yvan), servono perfettamente, e con ammirevole convinzione, i tre personaggi, quasi dei prototipi universali di una generazione che non è riuscita a dare risposte alle domande che gli si erano presentate e cerca salvezza in dei “beni-rifugio” morali e materiali, in vista di un nuovo compromesso, un nuovo aggiustamento, per tirare avanti ancora un po’ in tutto quel bianco indistinto che li circonda.
La regia di Giampiero Solari tende a coordinare le geometrie personali e relazionali dei tre personaggi collegandole a quelle di una scenografia semplice e neutra fatta di pannelli mobili e trasparenti che seguono le entrate e le uscite dei tre protagonisti definendo uno spazio interiore prima ancora che uno spazio fisico.

ART  di Yasmina Reza con la regia di Giampiero Solari  fino al  24 febbraio.

 

22 febbraio 2013

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