Martedì, 22 Settembre 2020  
                                                   

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CREDITORI di August Strindberg e la regia di Orlando Cinque

Al Piccolo Bellini fino al 17 febbraio.

Servizio di Antonio Tedesco

Napoli - August Strindberg è universalmente considerato uno dei fondatori del teatro moderno. Era, ovviamente, uomo inquieto e febbrile come tutti gli artisti che non riescono a distogliere il proprio sguardo acuto e profondo dai recessi più nascosti dell´animo umano. Strindberg vedeva con chiarezza il mondo intorno a sé perché sapeva proiettare sulla scena il proprio universo interiore. Anzi, si può dire che a volte lo esibisse in maniera impudica dissezionandolo pubblicamente con ostentata crudeltà. Ma scavando (anche a colpi di accetta, come ha detto qualcuno) nel proprio animo, scavava, in realtà, dentro l´animo dell´umanità intera. Non è casuale, quindi, che Orlando Cinque (regista e interprete di Creditori, testo di Strindberg scritto nel 1889, in scena, ora, per l´adattamento dello stesso Cinque, al Piccolo Bellini) abbia trasformato il classico salotto borghese, dove  la vicenda è ambientata,  in una sorta di sala anatomica, con tanto di luce fredda dei neon, una scultura in divenire che rappresenta un busto di donna, ma somiglia anche, in maniera inquietante, al classico quarto di bue macellato, e un divano-lettino da seduta psicanalitica. Ciò che viene meticolosamente vivisezionato in questo salotto-laboratorio è la vera natura dei sentimenti e delle relazioni umane. Tre personaggi si confrontano incrociandosi in un ordine ineluttabilmente geometrico. E il teatro stesso, inteso qui come meccanismo cardine dell´esistenza, si ripropone sulla scena come gioco di finzione (mascheramento, inganni) tra i personaggi. Che si attua soprattutto ad uso e consumo del conformismo sociale che impone ad ogni uomo di occultare e soffocare la propria vera natura. Adolf, Gustav e Tekla, i tre protagonisti, danno vita ad una sorta di “dance macabre” dove i primi due, senza mai dichiararlo apertamente, si contendono il “possesso” della donna. Gustave (che nasconde la sua vera identità) lo fa con cinica e risentita consapevolezza. Adolf, invece, abbandonandosi alla forza dei sentimenti, forse illusori, che lo dominano. Tekla, dal canto suo, si presenta concreta e sfuggente al tempo stesso. E´ la forza motrice intorno a cui tutto ruota, fino a cadere ella stessa vittima di questo gioco al massacro, come la classica farfalla che si avvicina troppo al fuoco e si brucia le ali. I tre personaggi non sono mai tutti insieme sulla scena, ma si confrontano a coppie, nei tre quadri in cui si articola il testo. Ma allo stesso tempo non escono mai dalla scena assumendo di volta in volta il ruolo di attore o di spettatore di ciò che accade. Cosa resta, quindi, alla fine? Il gioco della vita che si trasforma in teatro. Un doppio visto attraverso uno specchio deformante. Agghiacciante, per certi versi. Ma che ci restituisce anche la piena consapevolezza dei meccanismi in cui, ci piaccia o no, siamo tutti immersi. Al regista e alla Compagnia è da ascrivere, tra le altre cose, il merito di aver riportato l´attenzione su un autore poco frequentato dal teatro contemporaneo (scegliendo anche uno dei suoi testi meno noti), quasi un padre negato, la cui opera ha ancora molto da dirci. Così come coraggiosa, e aderente ai presupposti della messa in scena, ci è parsa la scelta di lavorare per sottrazione, spogliando la recitazione di ogni orpello, rendendola “nuda” in un certo senso, come l´anima stessa dei personaggi sulla scena. Una impostazione ben corrisposta dalla convincente prova dei tre attori, oltre allo stesso Orlando Cinque, non a caso nei panni di Gustav, sorta di grande burattinaio che tira i fili dell´intera vicenda, Gabriele Russo che è Adolf, e Roberta Caronia nel ruolo di Tekla.

 

11 febbraio 2013

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