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LA GOVERNANTE di Vitaliano Brancati con la regia di Maurizio Scaparro

Al Teatro Mercadante fino al 10 febbraio.

Servizio di Antonio Tedesco

Napoli - Come definire La Governante, scritta nel 1952 da Vitaliano Brancati, in scena questi giorni al Teatro Mercadante, prodotta dal Teatro Stabile di Catania per la regia di Maurizio Scaparro? Uno spettacolo fuori tempo massimo? Vi è, in questo testo, la critica alla morale borghese. Aggravata da pregiudizi, all´epoca, molto radicati in una certa cultura siciliana. Argomenti sui quali Brancati ha lavorato molto, specie, e soprattutto, nei suoi romanzi (da Don Giovanni in Sicilia a Il bell´Antonio). Vi sono, poi, i conflitti interiori dei personaggi, soprattutto l´anziano protagonista, Leopoldo Platania, un siciliano da anni trapiantato a Roma, e Caterina, la governante di casa, appunto, che vivono, seppur in maniera diversa, con sensi di colpa lancinanti il divario tra i dettami di quella stessa morale e le ricadute di una sua rigida applicazione sull´esperienza di vita quotidiana. Leopoldo Platania, per l´eccessiva rigidità del suo pensiero (un misto di moralismo, conformismo perbenista, timore del giudizio della "società" in cui si vive) causò il suicidio di una figlia poco più che adolescente, redarguendola con esagerata durezza per aver ballato "troppo stretto" con un suo coetaneo. La governante, da parte sua, portatrice di una morale, se possibile, ancor più rigida, derivante dalla professione di fede Calvinista, cade vittima dei suoi irrefrenabili impulsi omosessuali, nei quali restano coinvolte le cameriere di casa Platania. Tutto questo appesantito maggiormente dalla calunnia, che mieterà anch´essa una vittima, la prima cameriera, licenziata perché accusata lei di comportamenti lascivi nei confronti della governante medesima. La ragazza morirà per le conseguenze di un incidente ferroviario durante il viaggio di ritorno a casa. Evento che segnerà profondamente la (apparentemente) integerrima Caterina, che, travolta dai sensi di colpa, sceglierà di suicidarsi. Materiale incandescente per l´epoca in cui fu scritto e poi rappresentato. Non a caso in Italia il testo restò bloccato per tredici anni dalla censura e poté essere rappresentato solo nel 1965, quando questa fu abolita. Ma oggi, che di quella (pseudo)morale e soprattutto di quella ipocrisia, siamo figli, noi che crediamo di esserne guariti, ma in realtà l´abbiamo soltanto mascherata soggiogandola ai nostri interessi e alle nostre necessità (con gli evidenti effetti degenerativi nella vita civile e politica), cosa può dire a noi di nuovo questo testo messo in scena così, in maniera naturalistica, recitato quasi meccanicamente, senza aggiornamenti, senza invenzioni, senza tentativi di attualizzarne il messaggio? Quasi un fossile. Un reperto di teatro borghese nutrito di Accademia, al quale gli attori (con tutto il riguardo dovuto a un professionista di grande esperienza come Pippo Pattavina) si adeguano piattamente.

 

7 febbraio 2013




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