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Imbrigliato nella sua forma di legno, fa metafora

PINOCCHIO al teatro Palladium

Servizio di Daniela Morante

Roma - Dal fondo buio della sala uno per volta i tre protagonisti avanzano, nella nudità del torso mostrato.

L´incedere è lento, impedito da una deambulazione di nuovo in apprendimento, sguardo e mento alti, sembrano, anzi sono, eroi sopravvissuti, reduci da chissà quale guerra. I loro corpi mostrano senza pudore e con dignità, rigidità acquisite, il loro sguardo ci parla di territori sondati in un tempo altro a noi sconosciuto. Come eroi tornati dall´Ade, dunque, percepiamo che sono testimoni palpabili di un principio di vita denso, sostanziale che incute a noi pubblico presente non compassione, ma riverenza. Sul palco li aspetta un altro personaggio, volutamente sfatto nella sua pancia rigonfia e mostrata, col cono del naso lungo di Pinocchio, convitato di pietra silente, servo di scena quasi indolente, assisterà i nostri nelle loro performance. Dal fondo della platea, una voce comincia a dialogare con i tre disposti frontalmente sul proscenio. E´ una voce calda che invita i tre a presentarsi.

Con un’ironia sincera che mai diventa amaro sarcasmo, né scivola nella scontata gravità dei vissuti , raccontano i personaggi l’accidente subito, il trauma e poi l’oblio del coma che ha resettato il loro sapere.
La metafora della storia di Pinocchio attesta quanto man mano si afferma nei loro racconti: Pinocchio imbrigliato nella sua forma di legno, Pinocchio che sceglie il paese dei balocchi, Pinocchio in mezzo al mare ed  in fondo alla balena, Pinocchio redento e salvato dalla forza del suo amore, Pinocchio che ricerca la sua fata turchina.
Ogni avventura della favola è una sosta di passaggio della loro via crucis, ma tutto il loro sforzo di vivere si alleggerisce e trova riscatto nella nuda appartenenza a sé stessi, nell’accettazione della trasformazione subita che ci arriva a noi come miracolo e dono.
Dimostrano infatti intelligenza viva, simpatia cordiale nelle risposte gentili in un’acquisita autoironia, un senso di umanità affiora pian piano generando in molti tra noi presenti un nodo alla gola, una sospensione del respiro: siamo davanti alla magnificenza della loro e nostra umana essenza!
La comprensione di ciò fa traboccare di lacrime gli occhi!
I loro di occhi sono grandi e brillanti e sotto i riflettori, sgranati sul buio della sala, ci cercano per bisogno di condivisione. Ci parlano così di quanto appreso nella perdita, di apertura del cuore, di una ritrovata semplicità, una nuova ricettività infantile composta di bontà originaria, gentilezza di spirito e docilità nell’apprendimento, di tutto ciò che è sinonimo di intrinseca saggezza e non d’ ingenuità.
La loro esistenza si erge così al di sopra delle nostre umane miserie, della possibile compassione pietosa e melense, con la forza anche di desideri urlati nel dolore, che, nonostante e a causa di ciò diventano possenti: spinti al limite nell’estenuante battaglia tra la vita e la morte, si acquista l’interezza dell’ essere trovandosi  trasformati per sottrazione. L’esperienza dell’incidente subito merita dunque lo spazio di un teatro, la carne che si fa verbo.
Essa ci parla, smuovendoci dall’interno, dell‘originaria innocenza spesso perduta dietro maschere e convenzioni, di come il nostro mestiere di vivere debba essere sempre rivolto verso la ricerca costante del meravigliosamente umano che abita in noi.
Pinocchio è un progetto di Babilonia Teatri e Gli Amici di Luca di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani con Enrico Castellani, Paolo Facchini, Luigi Ferrarini, Riccardo Sielli e Luca Scotton.

laboratorio teatrale presso la Casa dei Risvegli Luca De Nigris realizzato col contributo della Fondazione Alta Mane-Italia.

Prossime date: 25 febbraio a Dosolo (Mn), 6 marzo a Bergamo, 15 marzo a Firenze.



4  febbraio 2013

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