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Al Teatro Bellini dal 1 al 3 febbraio

GRIMMLESS IL MESSAGGIO DELLA FIABA CONTEMPORANEA

Servizio di Daniela Morante

Napoli - Grimmless ci parla della mancanza di fiabe dei nostri tempi, ma più ci penso e più mi rendo conto che anche in questo caso, l’assenza contiene una presenza, che il negare non crea un vuoto, ma solo un’affermazione diversa. In scena due uomini e tre donne, molte azioni corali frammezzate da monologhi, volutamente sconnesse e in sincronia con il teatro danza e quello dell’assurdo, in una sequenza di quadri coreografici dove, a prima vista, risulta difficile trovare nessi tra cause ed effetti, analisi e sintesi. C’è la rappresentazione di una modernità nevrotica al limite della schizofrenia, i linguaggi sono contaminati da nuovi termini web, spesso gli incontri generano violenza, il gioco cattiveria e la musica afferma prepotente l’essere in un mondo alla deriva, dove come appunto sottolineano nelle note di presentazione Ricci/Forte, non c’è più spazio per le fiabe. Per la funzione specifica formativa delle fiabe che, sotto forma di racconto iniziatico accompagna il giovane nei riti di passaggio all’età matura. Jung però ci insegna che le fiabe sono radicate in noi, nel nostro immaginario collettivo e con i miti e gli archetipi c’è poco da fare per liberarsene e poter decretarne la fine. Ecco ora, con la chiave di una lettura psichica, come l’intero spettacolo si ricompone al nostro sentire più profondo e il bisogno di senso si trova anche nella sua ostentata mancanza. Ogni azione parla al cuore della modernità dunque: l’incomunicabilità in un dialogo fatto da due monologhi che si sovrappongono uno all’altro senza ascoltarsi, la corsa ad ostacoli tra lampadari sospesi e mobili è un percorso di verità e chiarezza intorno ad una brutta vicenda di cronaca, la perdizione di uomo a forza tirato su dagli altri, la donna oltraggiata e violentata dal branco, la copula veloce e pubblica, insomma tutto ci parla dell’incertezza e il male di vivere i nostri tempi. Non c’è catarsi, è vero come nelle fiabe, e il protagonista non trova la meritata pace dopo le traversie, ma questa è appunto l’emancipazione odierna delle coscienze che pian piano stiamo imparando, che il mondo non si divide in bene o male, che tra il bianco e il grigio ci sono mille sfumature e la requie tra una battaglia e l’altra va ricercata in brevi momenti dove semplicemente sappiamo essere presenza. Ecco allora che Biancaneve ci confessa dopo il suo calvario su mele avvelenate, di come il suo nome è sinonimo di gelo nel rapporto con i suoi cari: neve nata dalla mancanza di affetto che le ha gelato il cuore e mille volte l’ha fatta morire, neve per congelare così le emozioni negative che potevano esserle fatali, neve per morire per poi risvegliarsi con l’aiuto dei nani, amici immaginari e rappresentazioni delle proprie forze interiori benefiche. Quante volte anche noi geliamo emozioni per non morire, come la pianta che d’inverno accoglie il gelo per poi rifiorire. Oro invece è il colore regale, rappresentazione del sacro che dimora in noi, cospargersi d’oro a vicenda in  brevi e felici  catarsi, scoprirsi corpi vitali da svelare  come territori meravigliosi e sconosciuti, portatori di amore e tenerezza mute. Non esiste, è vero, il principe azzurro come nelle favole, e l’amore spesso si consuma nella voracità della passione, come  palloni blu insufflati del proprio soffio vitale, fuochi fatui che svaniscono proprio quando vorresti afferrarli e trattenerli. Ma è proprio in queste faglie di comprensione che ci arriva più forte il messaggio della fiaba contemporanea: l’ambita felicità è una pausa breve tra una battaglia e l’altra, perché la vita stessa è un fiume che scorre e mai si può fermare, ci è concesso viverci i tempi dolorosi di crescita e comprensione e cogliere  poesia negli incontri fugaci, negli attimi di sospensione preziosi e necessari, rari e sostanziali come un pizzico di sale per una pietanza, come lo zucchero per ingoiare la medicina, prima che tutto venga portato immancabilmente via dalla corrente. Il lieto fine è da stolti, perché tutte le cose alla lunga diventano serpi: il principe  si trasforma in carnefice, il gioco sfocia in violenza, perché ogni movimento ha un suo inizio e una sua fine, ogni primavera il suo inverno, in una successione ciclica che ci tiene in bilico nello squilibrio, in sintonia però col moto terrestre. E neve intanto continua a scendere a protezione e cura delle nostre anime che hanno bisogno di un tempo  lungo per metabolizzare emozioni dense di significato (che abbiamo imparato a comprendere), impressioni intense e fugaci, sentimenti belli o brutti che siano che ci arrivano a pioggia dalla veloce complessità dell’etere e dal contemporaneo vivere. In scena: Anna Gualdo, Valentina Beotti, Andrea Pizzalis, Giuseppe Sartori, Anna Terio.

 

3 febbraio 2013



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