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Dalla traduzione di Pier Paolo Pasolini IL VANTONE di Plauto con la regia di Arturo Cirillo

Al Teatro Mercadante fino al 27 gennaio

Servizio di Antonio Tedesco

Napoli - Con il Miles Gloriosus Plauto fissa, duecento anni circa prima di Cristo, uno di quei grandi caratteri umani universali che il teatro classico ci ha lasciato come preziosa eredità. Come un serbatoio, una sorta di patrimonio che appartiene a tutti, sempre, al di là delle epoche storiche e del luoghi geografici. In questo specifico caso si tratta dello sbruffone, del millantatore, del vanaglorioso, che alla fine resta vittima della sua stessa smisurata prosopopea, o forse sarebbe meglio dire, della sua stupidità. Un personaggio che Pier Paolo Pasolini doveva sentire "a pelle" nella Roma degli anni ´60 nella quale viveva. Tanto che proprio nel 1963 si cimentò in una traduzione in dialetto romanesco del testo del grande autore latino. Una traduzione che utilizza il dialetto nobilitandolo, in qualche modo, attraverso la forma in versi settenari, e facendolo, in questo senso, passare per Moliére, altro grande indagatore di caratteri umani esemplari, come viene evidenziato anche da Arturo Cirillo nelle note di regia che accompagnano la messa in scena di questo testo.

Che, nella traduzione, appunto, di Pasolini, intitolata Il Vantone, è in scena al Teatro Mercadante (prodotta dallo stesso Stabile di Napoli e dalla Fondazione Campania dei Festival) fino al prossimo 27 gennaio.

Ma Cirillo arricchisce e personalizza ancora di più il lavoro di Pasolini. Cita il cabaret alla Karl Valentin, dove il poeta friulano ammiccava all´avanspettacolo, spersonalizza i personaggi rendendoli pura immagine meccanica nelle loro movenze da burattini. Il tutto nei toni di una grottesca sarabanda, che procede ben oleata e con una cera fluidità. Una sorta di messa in scena nella messa in scena, fatta di intrighi, raggiri, travestimenti (dove già Plauto, probabilmente, rifletteva in termini metateatrali) arricchita da trascinanti musichette da operetta (come lo stesso Cirillo dice sempre nelle note di regia) o da avanspettacolo. La compagnia, in una sorta di ammiccamento filologico al teatro classico, è tutta al maschile con attori che recitano "en travesti", con  fantasiosi costumi, dove segni che richiamano l´antica Roma si mescolano a "pagliette" e luccicanti paiette, tipiche, appunto, dell´avanspettacolo o di un certo cabaret. Tra accenni di stornelli e rime baciate dialettali, lo spettacolo passa anche per la presenza, più o meno occulta, di Petrolini.

La regia punta su una esecuzione veloce, giocata tutta sul ritmo incalzante (come uno spettacolo del genere,  del resto, deve essere) con arredi scenici evocativi ed essenziali, affidando tutto all´impegno degli attori che, oltre allo stesso Cirillo nei panni di Pigopolinice (il Vantone-miles gloriosus, appunto) sono, Luciano Saltarelli nel faticoso ruolo di Palestrione, il servo-regista che tesse gli intrighi, e Vincenzo Nemolato, Rosario Giglio e Michelangelo Dalisi che si alternano in più ruoli. Lo spettacolo è, quindi, colorato, vivace e a tratti divertente, ma uscendo dal teatro ci si sorprende a interrogarsi sulle motivazioni di un lavoro per certi versi anche piuttosto impegnativo. Non ci è parso, infatti di cogliere una riflessione sulla "macchina teatrale" ordita da Plauto, né la scelta di attualizzarne il linguaggio per cavarne fuori nuovi significati, effettuata da Pasolini, assume qui un rilievo particolare, forse perché troppo ibridata da altri segni. Resta appena qualcosa in più di un godibile divertissment, nel quale, ripetiamo, gli attori danno prova di grande impegno e partecipazione e il pubblico, da parte sua ha occasione di divertirsi senza troppi problemi. E anche questa, forse, può essere un´idea di teatro legittima.

Per concludere, ci vogliamo associare all´omaggio che Arturo Cirillo, con una dedica sugli applausi finali, ha voluto fare a Massimo Castri, uno dei nostri più grandi registi teatrali, scomparso, purtroppo, lo scorso 21 gennaio.

 

25 gennaio 2013



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