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IL REGISTRO DEI PECCATI di e con Moni Ovadia

Al Teatro Bellini di Napoli dall´11 al 13 gennaio.

Servizio di Antonio Tedesco

Napoli - Più che uno spettacolo in senso classico questo, Il registro dei peccati, che Moni Ovadia, nelle vesti di autore, regista e interprete, ha presentato al Teatro Bellini si potrebbe definire quasi una chiacchierata amichevole, uno scambio di idee (certo non superficiali o occasionali) ma soprattutto, il prezioso incontro con un maestro. Che, solo sul palco con un microfono e un leggio, sa parlare (come tutti i veri maestri) di cose importanti senza annoiare. Un uomo (difficile definirlo attore o interprete, perché in questo contesto potrebbe apparire riduttivo) che parlando dei principi fondamentali dell´esistenza e del complicato rapporto degli esseri umani con la divinità, riesce a divertire il pubblico che per due ore abbondanti lo ascolta attento e rapito. Due ore di storie, narrazioni, racconti con qualche incursione nel canto rituale ebraico e divagazioni solo apparenti che contribuiscono, in realtà, a rafforzare il tema centrale del suo discorso. Moni Ovadia è portatore di una cultura e di una tradizione solida, antica e ricchissima come quella ebraica. Di cui è una sorta di ambasciatore laico. Nel senso che sa trasmetterne i valori profondi senza mai disgiungerli, però, da un concreto e sincero trasporto umanistico. In questo spettacolo, in particolare, il riferimento principale è stato una specifica corrente  dell´ebraismo, sviluppatasi nell´Europa nord orientale nel XVIII secolo, detta Chassidismo. E´ partendo dai principi di questa che, più che dottrina si può definire filosofia, intesa come particolare visione del mondo, che Moni Ovadia ha potuto offrire al pubblico l´idea di una spiritualità e di una trascendenza “compatibili” con la natura umana. Dotate, cioè, di una leggerezza gioiosa, che non pregiudica, però, la profondità e l´impegno. Ma che si lega, anzi, perfettamente a quell´idea di umanesimo che tende a superare ogni barriera di razza, religione o nazionalità. E che va praticata sempre qui e adesso, visto che, quella che è stata adottata come frase-guida dello spettacolo stesso è la citazione da un grande teologo cattolico (per ribadire che non siamo limitati da una visione univoca), Teillard de Chardin, che dice “Non siamo esseri materiali che vivono un´esperienza spirituale, noi siamo esseri spirituali che fanno un´esperienza materiale”. Difficile raccontare la ricchezza di dettagli e sfumature di questo lungo e coinvolgente discorso-spettacolo, infarcito di piccole parabole, storielle divertenti e buffe che sanno assumere, a volte, la stessa dignità e pregnanza delle Scritture. Ciò che sarebbe necessario portarsi dietro, invece, da incontri come questo, è la voglia di cercare. Cercare altrove, lontano dallo stordente clamore quotidiano amplificato dai troppi massmedia cui siamo continuamente esposti. Ovadia ci ha raccontato di una suora libanese capace di trovare, e trasmettere, la trascendenza con il suo canto sublime. Dello scultore sardo che invece cerca nella pietra che lavora quello stesso canto (quel canto che, come si sa, è la forma più pura e più elevata di preghiera). E ancora, ci ha raccontato di saggi e di mistici che sono (o sanno essere)  persone del tutto comuni, ma capaci di quella scintilla che illumina il loro percorso esistenziale e indica la strada anche agli altri. Tutta materia poco appetibile per la grancassa mediatica che ci stordisce quotidianamente allontanandoci da noi stessi e dalla nostra vera natura.
Alla fine Ovadia, anche se non lo dice esplicitamente, ci invita a crederci, ad avere fede. A difenderci dal bombardamento quotidiano cui sono sottoposte le nostre menti e le nostre coscienze riprendendo e tramandando i fili di quella lunga tradizione che potrebbe definirsi di “umorismo mistico”. Da usare come un´arma pacifica, e forse proprio per questo invincibile. Certi del fatto che, alla fine, una (gran) risata li seppellirà.

 

12 gennaio 2013

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