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OTELLO dI Shakespeare con Massimo Dapporto e la regia di Nanni Garella

Al Teatro Mercadante di Napoli fino al 13 gennaio.

Servizio di Antonio Tedesco

Napoli - Tragedia della parola l´ha definita Agostino Lombardo. Parole che creano mondi. Mondi contrapposti che finiscono con l’annullarsi a vicenda. Un mondo di armonia e di bellezza, per Otello. Che messo alla prova, però, rivela tutta la sua fragilità. Un mondo di falsità e di calunnia, per Iago, ma altrettanto debole nella sua egoistica arroganza e nel suo sprezzante cinismo. Due espressioni opposte e complementari nelle quali si manifesta, in breve, tutta la vulnerabilità della natura umana, schiava delle illusioni, dei pregiudizi, delle passioni.

Il linguaggio qui, forse più ancora che in altre opere di Shakespeare, si pone come elemento costitutivo, o addirittura fondante, della realtà. Una realtà percepita più che vissuta, verosimile più che vera. Ma capace di insinuarsi nella mente di Otello come un veleno sottile, scatenando una reazione abnorme.

Ed è proprio sul piano del linguaggio che l’allestimento di Nanni Garella, che firma la traduzione e l’adattamento oltre che la regia, di questo allestimento di Otello, di Shakespeare (in scena questi giorni al Teatro Mercadante), mostra incertezze e scompensi. La scrittura originale, piena e rigogliosa, ridondante di echi e di allusioni, impalcatura principale su cui vengono costruiti i mondi di cui sopra, risulta indebolita da una volontà di modernizzazione (se non di attualizzazione) di un testo che già di suo è universale. Sottraendo, in questo modo, energia al testo stesso ma senza compensarla con innesti o letture particolarmente originali. Un processo di svuotamento che risulta tanto più evidente e, si potrebbe dire, stonato, proprio nel personaggio principale, e cioè, Otello. Il quale, interpretato da Massimo Dapporto, sembra quasi agire (e reagire) meccanicamente, come fosse un burattino, al comando delle sollecitazioni che gli vengono imposte con mezzi subdoli e sottili da Iago.

Quello di un Otello meccanico nelle mani di un cinico burattinaio (Iago, appunto) potrebbe anche rivelarsi una lettura interessante dell´opera, ma non trova altri riscontri o segnali di intenzionalità nel contesto di questa messa in scena. Lo stesso Iago, poi, interpretato da Maurizio Donadoni, ricalca più i modi di un freddo e cinico calcolatore (quasi un manager carrierista) che quelli di una manifestazione subdola, totalizzante e, per certi versi, avvolgente e soffocante, del male assoluto (come forse la intendeva Shakespeare).

Il resto del cast, oltre alla Desdemona di Angelica Leo, diafana e un po’ accademica, è formato da Massimo Nicolini, Matteo Alì, Gabriele Tesauri e Federica Fabiani, che si suddividono gli altri ruoli canonici di Cassio, Roderigo, Montano ed Emilia, muovendosi negli ambiti di una buona correttezza professionale. Le scene di Antonio Fiorentino delimitano uno spazio spoglio senza connotazioni di luogo o di tempo. Quasi una dimensione assoluta definita dalle sfumature e dalle intensità della luce con, a secondo dei casi, un sole o una luna che incombono maestosi e indifferenti, come sempre la natura nei confronti delle umane tragedie.

 

11 gennaio 2013


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