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IL NIPOTE DI RAMEAU DI Dennis Diderot – regia di Silvio Orlando

Al Teatro Nuovo di Napoli fino al 16 dicembre.

Servizio di Antonio Tedesco


Napoli - In un accogliente e frequentato caffè, nel cuore di Parigi, un filosofo incontra il suo contrario, o forse sarebbe meglio dire, il suo doppio. IO e LUI, definisce Diderot i due personaggi impegnati nell´incalzante e spiazzante dialogo che costituisce Il nipote di Rameau, scritto dal famoso enciclopedista nella seconda metà del Settecento. Quasi un saggio di "filosofia attiva", fuori, cioè, dai chiusi ed esclusivi ambiti accademici e in grado di uscire nel mondo e sporcarsi le mani con la realtà. IO e LUI costituiscono una dicotomia, uno sdoppiamento, una fase di crisi del filosofo, che si concretizza in maniera dialettica nell´incontro-scontro tra i due personaggi, IO, Diderot stesso, e LUI identificato con Jean-Francois Rameau (nipote del famoso musicista Jean-Philippe) personaggio che racchiude in sé tutto quanto un´etica e una morale corretta dovrebbero aborrire

La sorpresa, però, è che, forse, quella ostentata e radicata miscela di opportunismo, scarsità di principi, ipocrisia usata sapientemente come grimaldello sociale, può nascondere, sia pur in degli anfratti oscuri, una maggiore consapevolezza, un senso più vero e profondo delle cose di quanto possa fare quel tanto oculato e corretto ragionare che pur il Filosofo propugna.

Diderot non si nasconde dietro le sue certezze. Si mette coraggiosamente di fronte ad uno specchio deformante e scopre che tutti i suoi principi possono trasformarsi in pura illusione e sbriciolarsi in quell´immagine sfuggente e inafferrabile che Rameau gli rimanda.

La forma dialogica con cui è costruito il testo e la perenne attualità dei suoi assunti di fondo, rende Il nipote di Rameau particolarmente adatto alle trasposizioni teatrali.

L´allestimento che ne ha tratto Silvio Orlando, autore insieme ad Eduardo Erba anche dell´adattamento scenico, riprende questa dicotomia fissata da Diderot in chiave filosofico-letteraria riproponendola in una lettura puramente teatrale. Contrapponendo, cioè, più che due personaggi, due stili di recitazione, due modi di fare e concepire il teatro che richiamano anche due visioni del mondo, due ordini morali opposti e complementari. IO, definito nella piece il Filosofo (interpretato da Amerigo Fontani), è qualcosa che assomiglia al "fine dicitore", e che esprime una concezione del teatro corretta, tradizionale, composta, a tratti efficace, ma sempre sul punto di trasformarsi in maniera.

LUI, il nipote di Rameau, lo stesso Silvio Orlando, si muove su ritmi e modi diversi, meno uniformi e più altalenanti, dove a tratti si scandisce e a tratti si farfuglia, e i toni del recitare vengono volutamente compressi o dilatati, giocando, così, in maniera creativa, fuori dalle regole tradizionali.

E non c´è dubbio che alla fine, sia pur trasandato e in balia di eventi imprevedibili, sia proprio Rameau a risultare più diretto ed efficace del "fine dicitore" Filosofo, le cui certezze (etiche e attoriali) sembrano vacillare e scalfirsi sotto questo fuoco di fila di "antitetro" e "antiattorialità" (che hanno, ovviamente, un maggior effetto di fascinazione sul pubblico).

In questo modo Silvio Orlando coglie pienamente il messaggio di Diderot e lo rende scenicamente nella maniera più corretta possibile. Con una scenografia volutamente stilizzata, con tavoli che diventano all´occorrenza un ulteriore palcoscenico, un clavicembalo al quale vengono suonate dal vivo musiche d´epoca (da Luca Testa) e un´ostessa (una mobilissima e precisa Maria Laura Rondanini) che fa da contrappunto ai due protagonisti e costruisce con le sue azioni il movimento tipico dell´interno di una locanda.

Ma alla fine, tra il Filosofo e Rameau, qual è l´atteggiamento giusto da assumere? La questione, forse insolubile, resta aperta.

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13 dicembre 2012


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