Sabato, 06 Giugno 2020  
                                                   

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MACBETH di William Shakespeare con la regia di Andrea De Rosa

Al Teatro Bellini fino al 9 dicembre

Servizio di Antonio Tedesco

Napoli - Inizia come Mulholland Drive di David Lynch, con un gruppo di persone che ballano, in apparenza spensierate, al di là di una parete trasparente che rende vagamente evanescente l’immagine. Prosegue come uno psicodramma nel quale tutta la tragedia è interiorizzata nell’animo dei personaggi e l’azione, ridotta al minimo, ne è solo un riflesso simbolico. Andrea De Rosa, che cura la regia di questa versione del Macbeth, di William Shakespeare, in scena al Teatro Bellini, sgancia la tragedia dal suo contesto storico e ne scava, invece, le sue ragioni universali e, dunque, attuali in ogni tempo.

L’azione, infatti, si svolge prevalentemente in un salotto borghese, tra incongrue risate e una sorta di eccitazione etilica (si beve molto e, a tratti, per gli atteggiamenti dei personaggi e toni usati nel linguaggio, sembra di trovarsi in un dramma di Edward Albee o di qualche altro drammaturgo anglosassone contemporaneo). L’alcol sembra annebbiare le menti e stimolare la vanità dei personaggi.

La banalità del male (e il suo subdolo insinuarsi nella quotidianità) è espressa in maniera evidente nella scelta di rappresentare le tre streghe (che sono, in definitiva, il motore della vicenda, spiriti del male che albergano nell’animo umano alimentando le sue debolezze) con altrettanti buffi e un po’ inquietanti bambolotti che parlano con sottili vocine in falsetto. Inducendo, in questo modo, Macbeth e la sua Lady a intraprendere la via della perdizione, sollecitando la loro vanità e risvegliandone l’avidità e la sete di potere. Il re Duncan, loro ospite, era un uomo giusto, ma Macbeth, pur godendo della sua fiducia e lottando contro i soprassalti del proprio animo lacerato, lo uccide. Lady Macbeth, come sedotta dalla tanto appetibile predizione, la fa propria e accoglie quelle piccole creature malefiche nel suo grembo. Ma ciò che riuscirà a partorire saranno solo feti morti e sanguinolenti. Mostruosi lacerti di ambizioni monche e sconnesse. Che porteranno Macbeth ad essere preda di una follia visionaria e omicida che spingerà lui e la sua Lady sul rapido cammino dell’autodistruzione. C’è una consapevolezza tragica in questo percorso. Macbeth sa che sta sprofondando nell’inferno ma non riesce (non può) tirarsene fuori. Come fosse un marchio impresso a fuoco nel suo animo. Il peccato originale cui non si può sfuggire. E Lady Macbeth è il suo serpente che lo induce ad allungare la mano per cogliere il frutto proibito. Sono i conflitti su cui si dibatte da sempre la natura umana e non c’è differenza tra la cupa Scozia medioevale e un moderno e confortevole salotto borghese. E’ l’eterna, irrisolvibile battaglia tra la luce e le tenebre, che in questo allestimento viene apertamente evocata dal protagonista che scandisce un suo monologo comandando alternativamente luce e buio sul palcoscenico.

La scelta degli attori sottolinea ulteriormente le intenzioni della regia. Giuseppe Battiston, bravissimo, intenso, si direbbe a prima vista, non avere “le physique du role” del truce Macbeth. Frédérique Loliée, Lady Macbeth, ha un corpo, una voce, una gestualità, disinvolti e modernissimi, eppure la sua volontà di dominio e potere striscia, insinuante, a sollecitare l’azione del perplesso marito. Così come sono moderni il Malcom di Stefano Scandaletti nella sua, è il caso di dire, amletica incertezza sul come agire rispetto al potere che dovrà gestire in quanto erede di Duncan, e Banquo (Ivan Alovisio) quasi fatuo nella vaghezza che esprime.

Non siamo di fronte ad una semplice modernizzazione del testo, ma ad una sua lettura classica e originale al tempo stesso (così come avvenne per l’Elettra, alcuni anni fa, dello stesso De Rosa). In questa direzione va anche la traduzione di Nadia Fusini, utilizzata per la messa in scena.

Qualcuno ha parlato di una versione “splatter” del testo (e gli Elisabettiani, allora?), ma non si vedono mai corpi feriti, come se il liquido rosso sgorgasse direttamente dall’anima dei personaggi o forse dal cuore di tenebra sepolto nel mondo stesso.

 

6 dicembre 2012


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