Giovedì, 12 Dicembre 2019  
                                                   

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Le ore della mia giornata di Ciro Marino, al Teatro Elicantropo di Napoli

Servizio di Antonio Tedesco

Napoli - Ci sono volte che il teatro esce fuori dalle allusioni e dalle metafore e ci guarda diritto in faccia, negli occhi. Ci pone di fronte a delle realtà con le quali conviviamo ogni giorno gomito a gomito e che, forse proprio per questo, non vediamo più. O che, invece, facciamo solo finta di non vedere. Preferendo tirare diritto, perché così è più comodo. Ci aiutiamo, in questo, illudendoci che siano realtà marginali, circoscritte, che tutto sommato non ci riguardano. E non ci accorgiamo (facciamo finta di non accorgerci) che quelle realtà stanno entrando nella nostra vita, la stanno modificando dal di dentro attraverso delle piccole-grandi rivoluzioni striscianti, silenziose. Succede così, per esempio, con il fenomeno degli immigrati cinesi che si sono inseriti nella produzione tessile e, con i loro ritmi di lavoro inumani, se ne sono a poco a poco appropriati a discapito delle imprese e dei lavoratori locali.
E´ andata così a Prato (ne ha parlato Eduardo Nesi nel suo romanzo Storia della mia gente, vincitore lo scorso anno del Premio Strega) ma anche a San Giuseppe Vesuviano. Che si trova sulla linea di una piccola ferrovia locale che unisce posti come Ponticelli, Volla, Terzigno, luoghi in apparenza marginali, eppure teatri, loro malgrado, di questi grandi mutamenti epocali.
Una rivoluzione silenziosa che passa negli occhi attoniti e per molti versi inconsapevoli di una donna non più giovane, una madre di famiglia, che, con le ore della sua giornata, scandisce, con una cadenza meccanica, quasi impersonale, i ritmi martellanti e inesorabili di questa rivoluzione.
Attinge ad esperienze dirette e ad informazioni di prima mano il bel testo scritto da Ciro Marino, che si intitola, appunto, Le ore della mia giornata, in scena fino a domenica 1 aprile al Teatro Elicantropo di Napoli, interpretato da Tina Femiano, per la regia di Carmen Femiano. Il lavoro, concepito come un lungo monologo che segue, appunto, il succedersi inesorabile delle ore di una giornata come tante altre, parla di una donna normale, con una famiglia normale, con tutti i problemi (normali?) che si presentano ai nostri giorni. E ne parla attraverso una lingua anch´essa normale, quotidiana, che però comincia ad accogliere terminologie che non padroneggia più del tutto, di cui non conosce pienamente il significato, e che, comunque, si insinuano ugualmente nel linguaggio come un elemento perturbante, un segnale inequivocabile che certi equilibri si stanno spostando. Una donna che si è vista costretta a mettere la sua abilità e la sua esperienza di sarta al servizio di una fabbrica tessile gestita dai cinesi, che si trova, appunto, a San Giuseppe Vesuviano. Un luogo, questa fabbrica, dove, in una contraddizione tutta contemporanea, la sofisticata attrezzatura tecnologica convive con l´assoluta  mancanza delle più elementari norme di sicurezza. Condizione questa che sarà causa di un´orribile tragedia che coronerà una giornata di Maria Stornaiuolo (questo il nome della protagonista) che purtroppo non sarà come le altre. Un evento in cui il testo, che nel racconto condensato di una "giornata qualunque" dispiega già una notevole forza narrativa, trova il suo apice tragicamente simbolico. Un bambino cinese resta folgorato da un filo elettrico scoperto. Quasi un rito sacrificale. Il tributo pagato ad un mondo dominato dai demoni del denaro e della produzione selvaggia.
Come Maria, che continua ad intrecciare fili sulla scena, quasi a tessere la trama della sua esistenza, che finisce col trasformarsi poco a poco in una gabbia (ma c´è un senso di ineluttabilità nel suo atteggiamento, di accettazione priva di risentimento), così il teatro tesse i suoi fili dialogando con la realtà. Che non sta "là fuori", ma dentro tutti noi, spettatori, che fingiamo di guardare da un´altra parte.
La regia di Carmen Femiano si concentra a sottolineare e valorizzare gli innumerevoli e minimi dettagli in cui si dispiega il testo. Tina Femiano, nel suo minuzioso tessere fili e parole, rende tutto lo stupore attonito e finanche spaesato, della Maria Stornaiulo che è in tutti noi.

(2 aprile 2012)


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