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Nulla può essere occultato per sempre e così

“Frateme” di Benedetto Sicca alla Galleria Toledo

Servizio di Corrado Giardino

Napoli - Un testo intenso ed egregiamente recitato quello di Benedetto Sicca, andato in scena alla Galleria Toledo il 26 e 27 febbraio. La grottesca storia di tre fratelli, Primo e i due gemelli Secondo e Seconda, tutti e tre omosessuali, da vita ad una serie di dialoghi crudi e passionali in una Forcella che diviene un ulteriore personaggio, ingombrante e puzzolente come i cumuli di spazzatura per le strade. In una famiglia alla rovescia, nella quale si mescolano intellettualismi e carnalità, trovano spazio anche le radici genitoriali, come a voler spiegare didascalicamente le origini di tanta stranezza.

Una madre fin troppo presente, seppur chiusa in un dolore intimo, ed un padre, al contrario, che viene solo chiamato a gran voce e maledetto di continuo, pur nell’incapacità di epurarlo dal clan. Ed è alla figura del padre che pare essere affidato il protagonismo latente di Napoli come città tutta, causa di ripercussioni psicologiche individuali, di crescite e maturazioni accelerate e di veleni dei quali, però, non si riesce a fare a meno. Persino nel momento del dramma più topico, durante una cena, è il padre assente che viene chiamato in aiuto a gran voce.
La straordinaria bravura degli attori rende il testo vicino, plausibile, veritiero, come se davvero ci si trovasse di fronte allo spaccato di una famiglia costretta a vivere nel lercio di un segreto per troppo tempo covato individualmente e di cui Forcella sembra prendersi cura a modo suo, proteggendolo col fetore che spesso copre, accomuna e distrae. Ma nulla può essere occultato per sempre e così, sfruttando visivamente una scenografia che si muove su binari quadrati, capita prima o poi che si varchi il confine del sostenibile e si finisca per aprire il vaso di Pandora, uscendo dalla linearità ordinata di una guida di metallo ed esplodendo in un necessario caos che, inevitabilmente, troverà nuovo ordine.
Il testo non lascia margine all’interpretazione e, forse, finisce col voler dire troppo, espandendosi sul finale con elementi che paiono superflui. Eppure, affidato agli abilissimi attori che lo interpretano, riesce ad emozionare senza far riflettere, raccontando una storia tragica ma intrisa di grottesca napoletanità, sviluppandosi grazie a continui cambi di scena a sipario aperto e chiudendosi nel rosso del sangue che, nonostante tutto, è il vero tiranno della vita, capace di ribollire più vigorosamente dei legami ordinati che, nelle famiglie, si fregiano del suo nome.


(29 febbraio 2012)

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