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Alla Sala Ichòs di San Giovanni a Teduccio, “Giorni Perduti”, piece d’impatto con Silvana Pirone. Dal 17 al 19 febbraio

Servizio di Marco Catizone

Napoli – Scena in chiaroscuro; donna sola, lemure apolide e sconnesso, come foul, come freak metropolitano; dorme, inquieta; poi si desta: sospesa tra ligneo supporto scenico e cataste cartacee, massa di spessore effimero a far da ricetto e riparo. Di lei la scena s’impregna, del suo scarmigliato eloquio, del suo gramelot frammentato e atellano, come maschera di tragi-commedia; è altro il suo Regno, se ne scorge il denso conto, la mistura compatta, ma è la sottigliezza dello scarno ristoro, quello scatolare refugium dai peccati del mondo, a render solipsistico il deliquio di perduranti attese disilluse. Silvana Pirone è clochard di memorie, afferra il senso iper-reale che penzola nel proscenio, una gruccia cui tendere l’io, con mano disadorna, gesto illusorio per serrare nel pugno i suoi “Giorni Perduti” (da un brevissimo racconto di Dino Buzzati), attimi frastagliati del tempo perdu, illusoria attesa che si perde nella memoria impalpabile, d’un passato disperso come fugaci passi su basoli in equilibrio. Nel cartone pressato, intagliato, la donna ricava il suo focolare, i suoi lignei  Penati, che divengono rovelli di calli e miseria, e giocosa curiosità verso istmi vitali d’apolle uterine a sgravar attonito dissenso: verso una vita transeunte, precaria, a sgambettare come struscio di chiorme ritmate, a sfuggire gli sguardi distrati del pubblico, come platea quotidiana, in rincorsa diuturna. E l’attesa aumenta, monta, nelle parole e nei gesti della Pirone; il suo armadio del tempo è svacantato, vacuo appare; scarne le giunture, i cassoni a riempire il botro: e risuonano gli echi buzzatiani, di ricordi e giorni rovesciati come assi e panche e scatole nella dimenticanza, come strade d’autunno disperse con noncuranza, amori e passioni, legami e squarci nella tela, nel tessuto d’una trama individulae, e pur sempre collettiva. La drammaturgia di Luigi Imparato rende l’essenza profonda, adopra il comico come cerusico segmento, a ritagliare spazi d’esistenze alla Rablais, ingorde o miserrime, pur sempre univoche, nel dubbio a ristagnare. Fino alla fine. La Pirone è musa terrena, dalla polvere interpella il suo pubblico, se ne vede il sudore, il gioco d’attese, a crogiolarsi in uno spazio scenico, travalicandone il limen: e la maschera è alzata sullo spirito mimetico d’una crisi che s’avvita su sé stessa, al tempo dei tecnici in surrogato Statale, d’economie in recesso, d’umanità al limite del decesso (cupio dissolvi ad avvolgere il nesso). Eppure dalla polvere s’innalza un singolo, cauto ricordo, per chi ne vuole serbare lo scrigno. Ligneo come cassone, o sottile come un cartone. Grazioso, adattamento essenziale, spettacolo da vedere.




(22 febbraio 2012)

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