Martedì, 04 Agosto 2020  
                                                   

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Al Teatro Nuovo, Licia Maglietta in Il difficile mestiere di vedova, monologo pirotecnico sulle peripezie della vedovanza. Dal 17 al 26 febbraio
Servizio di Marco Catizone

Napoli - Può donna sola, vedova, agrodolce come navelina ambrata, liquor e umore di Sicilia, seguir inclinazioni di singletudine senza scomodar arcaici veti, tabù ancestrali, padronali vezzi? Come ritratto, scevro di cornice, guttusesca Vucciria per abbanniata di masculi algidi ed ingessati, fimmine arpie, occhio lungo e viperesco stilettare, in "clubico" andazzo: può mercede di piacente vedovanza, "né trista né allegra", esser captatio di virile presenza, mascolina baldanza?
Può ne "Il difficile mestiere di vedova", se ad una barocca, muliebre ed ellenica Licia Maglietta, alias Silvana, un pettegolo consesso, "Clubino" in guisa d´areopago, prova a far da contraltare, punzecchiando semiquinaria vestale orba di marito, cesura solinga (ma che orrore, donna sola non può stare!) e di sicuro "bottanona", giacchè minaccia e vulnus ad altrui mestìa coniugale. Testo frizzante, barocco, pregno, satollo di classicheggiante afflato (un plauso alla scrittrice Silvana Grasso); affilato e ricco di significanza, come insula semantica e lessicale, che ben s´attaglia alla presenza scenica della Maglietta, incastonata in aurea cornice, al centro delle assi, come Circe di mistura in caccia di trepidante e maschia selvaggina; e noi a porci, (ah, sa-perle!) domande, ed arzigogoli:  trovar l´amour, ch´è è fou,( o fu?) è risaputo, è cosa saggia per vedovallegra (e per altre, forse troppo)? Comari al sole di Sicilia, di Falstaff è rutilante la recherche, passatempo ciarliero, spettegolar garrulo e sincero: e giù per la rua, in sincopata rincorsa del merlo masculo, al canto giusto, con fischiomaschioesenzaraschio, giusto il rischio di ritrovarsi tra le mani concupiscienti solo specula per  allodole spettegolanti, col vacuo riflettere su di una condizione vedovile che poi sì deleteria al proprio ego non è (se vi pare), o almeno non appare. E non ci restan che piaggerie, un pigolante appaiare, se non al novilunio d´amorosi intenti, almeno al disco (o al desco del Clubino) incantato e solare, immago di coniuge superstite da consolare (appagando voluttà ed ipocrisia provincialotta), propinando maritini con oliva a scolare, mai muscolari, sempre afasici e al massimo vili, ergo mai virili. Che rimane del suono al vinile, del lamentoso Don Giovanni siculo, a fasi alterne, eppur gallico (almeno un po´)? Silvana-Maglietta s´arma di verga domatrice e pareo tigrato; s´ammanta di femmineo ardore e parte alla resta come lancia nel costato del fallace maschio: e che accade, ordunque? Cadono i virgulti come petali imbruniti, allo smazzo della prode amazzone avvilita; e se mai si giunse all´aderenza pruriginosa d´intimità benedette, yin e yang uniti nell´afa del talamo, è pur vero che la nostra eroina s´armò di pazienza e vis femminea per conquistare il bastione del barone rampante di turno, o del paraninfo professorale e imbellettato, o di quel che prosaicamente si dice "passi il convento"; quanto è amena la vista del maschio impantanato nelle proprie spire di vanità ed albagia, e quanto è malagevole il sentiero d´una vedova brillante e mordace, sensuale e avvolgente come un tramonto di costa in isola pelagica. Ritmo serrato, pause calzanti, conto sinuoso; e su tutto l´aura professionale d´una pungente Maglietta, icona d´attrice a tutto tondo e cornice.


(22 febbraio 2012)

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