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Associazione Scarlatti, Castel Sant´Elmo
Concerto del Quartetto Savinio con il pianista Matteo Fossi
Servizio di Beppe De Fusco

Napoli - La stagione da camera dell´associazione Alessandro Scarlatti, nella sua ormai consolidata (ed eccellente dal punto di vista acustico) sede dell´auditorium di Castel Sant´ Elmo ha offerto ai musicofili napoletani in questo primo scorcio del mese di febbraio più di un felice esito. Approfittiamo dell´occasione per segnalare la straordinaria esibizione (avvenuta il primo di questo mese) in un programma interamente beethoveniano, del britannico quartetto Belcea, facente ormai saldamente parte dell´Olimpo dei gruppi da camera e giunto, così come ci è apparso quella sera, ad un livello di maturità quasi trascendentale. Perfetta fusione delle parti (con effetti di inimmaginabile "contiguità" del suono dei quattro strumentisti: davvero si stentava a credere che il suono provenisse dallo sfregamento degli archetti sulle corde, tanto da lasciarci l´illusione del "suono assoluto" immaginato da Beethoven), afflato, suprema concentrazione e insieme felicità del far musica hanno assolutamente incantato gli astanti. Considerando i progetti "in fieri" del quartetto Belcea (tra l´altro, prossime tournees con l´integrale, a più riprese, dei quartetti del grande di Bonn) rivolgiamo perciò un caldo invito all´Associazione Scarlatti perché si adoperi per riproporcene al più presto l´ascolto.

Ma eccoci infine alla disamina dell´ultima, recente serata dello scorso giovedì 9. Tutti italiani i protagonisti: il giovane quartetto d´archi Savinio (di orgogliosa filiazione partenopea) era affiancato, nell´intera serata, dal giovane pianista (di origini fiorentine) Matteo Fossi.

Non spenderemo troppe parole per dare merito a ciò di cui i già lusinghieri successi conseguiti dalla valorosa compagine napoletana, e il solido vissuto artistico nel campo della musica da camera del pianista, sono testimonianza. Però è certo che essi si sono presentati sulla pedana con un programma assai impegnativo: il celebre Quintetto il La op. 81 (1887) del ceco Antonin Dvorak, e il fondamentale (nel senso del panorama novecentesco della musica da camera) Quintetto in Sol op. 57 del russo Dmitri Shostakovich (1940).

E´ doveroso dire che, per gli effetti di una sciagurata legge appena in vigore (e che si spera venga rapidissimamente modificata, prima che l´Europa musicale possa continuare a riderne), la quale vieta le prestazioni di lavoro agli artisti dipendenti degli enti lirici (cioè ad eccellenti musicisti), si è res: necessaria la sostituzione di Lorenzo Ceriani, violoncellista titolare del quartetto Savinio, con il bravo Lorenzo Ceccanti: il quale si è disobbligato con perfetto aplomb, puntualità d´insieme e senso artistico.

Più nel dettaglio, il Quintetto di Dvorak si è rivelato un bel banco di prova per le qualità del "far musica" dei giovani interpreti. Opera fascinosa e fortemente impregnata di quel´humus e di quel senso di danza e di folklore boemo e moravo tipico dell´Est dell´Europa musicale dell´altro secolo, è stata rivissuta in un´esecuzione di taglio non esasperatamente virtuosistico, ma piuttosto ben attenta ad una sottile, e perfettamente riuscita, elasticità agogica. E davvero di bel livello ci è apparso l´insieme (con l´ottimo e puntualissimo apporto del pianista) nella perfetta scelta dei "cedendo" e poi dei rapinosi "stringendo", nei movimenti estremi dell´opera, che sono un pò l´asse portante di questa musica. Senza tacere dell´efficace resa espressiva della cantabile (e screziata di variopinti contrasti) Dumka, celebre secondo movimento della composizione. E insomma che un quartetto di napoletani, assecondati da un pianista fiorentino, si sia dimostrato perfettamente a proprio agio nella comprensione di un linguaggio musicale apparentemente così distante, sembra davvero dar credito alla lezione della musica quale linguaggio universale.

Il Quintetto di Shostakovich è opera tormentata nello spirito, quasi anticipatrice della cupa atmosfera degli anni della guerra, a cui è d´altra parte contiguo.Va perciò dato merito al Quartetto Savinio e al pianista Matteo Fossi di avervi speso, nell´esecuzione dell´altra sera, la massima concentrazione nel suono e nella tensione dialogica delle parti, le quali spesso si compongono a grumi di uno o due strumenti sino all´assieme del tutti, come nel caso della densa fuga del secondo movimento. I tempi sempre pacati, con un climax oscillante tra il mesto ed il nostalgico, sono rotti nella volontà dell´autore solo nel centrale scherzo; reso, quale spartiacque emotivo, con brillante e fantastica, quasi spettrale, rapidità dai valorosi interpreti. Segnaliamo di sfuggita ( e con un qual orgoglio di campanile) che è da poco disponibile sul mercato un cd (Decca) in cui il Quartetto Savinio e il pianista Fossi eseguono entrambi i Quintetti di Dvorak e Shostakovich con risultati artistici paragonabili a quelli dell´altra sera e bella presa del suono.

Vivissimo il successo alla fine per i musicisti, che hanno salutato il pubblico con una efficace esecuzione dello scherzo dal Quintetto op.34 di Johannes Brahms.

Nelle foto: Il Quartetto Savinio; Matteo Fossi al pianoforte.

(20 febbraio 2012)

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