Venerdì, 20 Settembre 2019  
                                                   

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Ridotto del Teatro Mercadante
“PREGIUDIZI CONVERGENTI” con Antonella Stefanucci

Servizio di Daniela Morante

Napoli - Il cuore pulsante di una società, è noto, si tasta negli ospedali e nei tribunali, luoghi dove si intrecciano disgrazie e vissuti negativi in una varietà di umanità umile, agonizzante e per questo volutamente dimenticata, nascosta alla vista dei più che non vogliono o non possono sostenerla. Domenico Ciruzzi con il suo testo interpretato dalla brava Antonella Stefanucci indaga appunto il mondo dei vissuti penali e di tutto quello che c’è loro intorno, per disegnarci la Napoli odierna. Il divario tra due mondi, quello algido e benestante e quello indigente e ignorante, è reso in scena da due personaggi femminili, che si alternano con i loro racconti: il magistrato e la donna che visita il marito in carcere. Le due donne sono metafora di due modi di essere napoletani che mai comunicano tra loro, vedremo che anche nella scelta di una sezione di classe per i figli in una scuola pubblica preferiscono entrambi difendere la continuità di genere, razza, appartenenza.

Il magistrato intercederà con una telefonata saccente al preside per accomunare il figlio ai suoi simili, la donna indigente, lo stesso pretenderà che il figlio stia tra la sua gente, e così, benché la scuola dovrebbe essere un luogo di confronto e scambio tra estrazioni sociali, qui le differenze si blindano ostili, si barricano l’uno dall’altra con la logica del clan, marcando apertamente con orgoglio un  territorio fisico e concettuale.

Antonella dunque sul piccolo palco del Ridotto, con l’ausilio di proiezioni e musiche che creano i vari ambienti, con la sua carica di femminilità forte, remissiva, poetica nello sguardo trasognato e nella delicatezza innata dei gesti delle mani, ci parla dello squallore di vita di madre e moglie di un carcerato. Alterna monologhi dove si confronta con un interlocutore muto, ma presente, che è pronta a giudicarla e metterla in difficoltà; narra l’andirivieni da Poggioreale con il cambio dei vestiti e la parmigiana di melanzane da portare al marito, i chiarimenti con l’avvocato, l’interrogatorio dal giudice dove il suo napoletano a tratti incomprensibile viene traslato in un italiano comicamente burocratico; le telefonate con l’amica dove in un macabro gossip da quartiere si commentano morti e feriti, la descrizione di attimi di felicità modernamente consumati sotto i neon di un supermercato trasformato nell’indigenza nel paese dei balocchi. Ma ci fa assaporare anche la contentezza dei suoi momenti di festa  negli opulenti ristoranti di periferia dove per i battesimi e matrimoni si incontrano parenti e amici con abbuffate, canti e balli. Tutto ci parla della sua miseria, di una vita subita e non scelta, che come un inferno, o un incubo notturno si scompone in forma infinitesimale radicandosi nella pelle. Destarsi, cambiare, trovar pace, restano solo anelito astratto di sostegno  e speranza irraggiungibili.

Ci rendiamo subito conto che la differenza la crea proprio l’istruzione acquisita e quella mancata, la donna umile se pur forte con un’affettività autenticamente sana, si sente inferiore, ignorante solo per non aver studiato, vivendo così in un eterno stato depressivo di inferiorità.

La saccente magistrata invece, ingessata nel suo paltò elegante, barrica senz’altro dietro la sua forbita dialettica il suo vuoto interiore, convinta di essere l’incarnazione vivente del potere, che usa  per imporre la propria volontà. La sua sensibilità però, benché a contatto con l’anima nera della città, non l’ha iniziata ad una nuova consapevolezza di sé e degli altri; è diventata sterile, vuota, inutile, obsoleta, specchio deforme di questi tempi di crisi dei valori umani.



(4 febbraio 2012)

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