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LA MORSA di Luigi Pirandello nella versione di Arturo Cirillo al Teatro Nuovo di Napoli

Servizio di Antonio Tedesco

Napoli - Pirandello è materia teatrale molto plastica, duttile, che si presta ad essere trattata in infinite maniere, ma che trova, forse, il suo compimento più alto nelle stilizzazioni estreme di un teatro dove i personaggi si riducono a marionette, archetipi di sé stessi e, in fondo, di una condizione umana dove ognuno si dibatte (nel vuoto) alla disperata ricerca di un ruolo e di un’identità. Quello di Pirandello potrebbe definirsi, in una parola, il teatro dello smarrimento, della perdita di sé. In favore di qualcosa che serve più ad essere riconosciuto dagli altri (la società) che rispondere alle precise pulsioni della propria intima natura. Un tema, questo, che Pirandello ha sviluppato su più livelli e attraverso diversi strumenti espressivi, quali i racconti (o novelle), il tetro, i romanzi. Molto del suo teatro, come si sa, deriva proprio da quell’imponente corpus di novelle che (almeno a parere di chi scrive) costituiscono l’esito, forse, più alto di tutta l’arte pirandelliana. In quei racconti, infatti, si muove già tutta una “commedia umana” fatta di “maschere nude” che sembra già pronta a ricevere il soffio della vita che le dona il palcoscenico.

Così è per La Morsa, l’atto unico andato in scena la prima volta nel 1910, tratto, appunto, dal racconto La paura, del 1897, che Arturo Cirillo, per la Compagnia Sandro Lombardi, mette in scena, fino al 5 di febbraio, al Teatro Nuovo di Napoli, e di cui è il protagonista insieme allo stesso Sandro Lombardo e a Sabrina Scuccimarra.

Quasi a voler sottolineare il tipico procedimento creativo di Pirandello, qui teatro e narrativa sembrano intersecarsi e quasi confondersi. Gli attori, oltre a recitare le battute dei rispettivi personaggi, “dicono” anche le didascalie e alcuni brani descrittivi. Il tutto calato in un “effetto acquario” ottenuto, oltre che con il suono amplificato di un gocciolio, con alcuni boccheggiamenti degli attori stessi che alludono a parole non dette, a sensazioni e sentimenti che si manifestano con prepotenza ma che non riescono, o non possono, essere espressi.

La Morsa è la storia di un triangolo tipicamente pirandelliano dove il marito tradito si vendica in maniera subdola e spietata, lasciando che siano i colpevoli stessi dell’adulterio, ed in particolare la moglie fedifraga, a pronunciare ed eseguire, di fatto, la propria condanna. I due amanti, infatti, rosi dal dubbio e dalla paura di essere stati scoperti, sembrano quasi processarsi da soli, tanto che al suo arrivo, nella seconda parte dell’atto unico, al marito della donna, pare non resti altro da fare che tirare le somme e spingere con sottile ambiguità e, si potrebbe dire, melliflua fermezza, i due a infliggersi, in maniera diversa ma ugualmente crudele, le rispettive punizioni.

Il racconto (La Paura) si fermava al confronto tra i due amanti e restava mirabilmente sospeso. Il lettore non avrebbe mai saputo se quella dei due personaggi era solo un’impressione generata dai sensi di colpa o se, invece, il marito di lei realmente sospettasse. La versione teatrale scioglie il dubbio e, mentre immette un nuovo elemento di crudeltà (umana e sociale), rende però tutta la vicenda un po’ più scontata e tutto sommato meno inquietante.

La versione di Cirillo sembra risentire un po’ di questa sfasatura che forse era già nella trasposizione scenica di Pirandello. Mentre cerca una stilizzazione della messa in scena, infatti, indulge a qualche “pirandellismo” di troppo (un po’ come certo teatro del Novecento che si è troppo concentrato sull’intreccio, piuttosto che sulla vera sostanza di queste commedie). C’è sembrato, insomma, che Cirillo sia rimasto come sospeso tra una visione più audace e un’altra più tradizionale del mettere in scena l’autore siciliano, senza riuscire a risolversi con decisione per una direzione o per l’altra. Così anche la sua interpretazione e quella di Sandro Lombardo, pur attestatesi nell’abituale alto livello delle loro capacità, ne hanno in complesso, risentito. Ineguale ci è parsa anche la resa di Sabrina Scuccimarra, nel ruolo della Signora Giulia, vero fulcro intorno a cui tutta la piece ruota. La scena, fatta di oggetti racchiusi in teche di vetro, come museificati, è di Dario Gessati.



(4 febbraio 2012)

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