Sabato, 04 Aprile 2020  
                                                   

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“Terra di mezzo” , affresco poetico per emigranti in Nuovo Mondo. Al Teatro Elicantropo, dal 26 gennaio al 5 febbraio

Servizio di Marco Catizone

Napoli – Nostoi. Errabondi e spaesati flutti, a riverbero del Mare, transeunte e transoceano, caduchi viaggi per caduceo di cartone, legato a doppio spago, e tenerezza inquieta e sogni; cinque le penelopi in cerca d’Ulisse e Nuovomondo, un speranza che sia chance e chaise longue, per comoda vita, di classe impervio salto, come salmonide marino; controcorrente, contro scalogna, contra sventura. Muliebri, ancillae, cariatidi gioiose, in fior di giovinezza: cinque donne, sole, raminghe. Su ponte inferiore, o di plancia, in tolda, in resta: ognuna con sua storia, di stracci sottotraccia, sottoveste, sottoclasse; una madre ( Marina Cavaliere) con dogma e catena, preghiere e rosario, figlia ( Elisabetta Bevilacqua) cinta come acino da sgranare, in rotta da Sicilia bedda, e riarsa di miseria e vanto; una donna silente, sirena e signora ( Francesca Ponzio), misterico conto da allummare, allu mare, d’infinita grazia, bontà sua, e dove andrà?; sorelle ( Serena Lauro e Alessandra Mirra) di vita, smargiasse e giovani, due apolidi napoletane: tenere e sfrontate, di vita fecero mestiere, e conto. Arca, imbarcante miseria, e nobiltà, perché fummo migranti, e maghrebini, e ancor prima albanesi, e uomini di remo e vela, salmastro viso. Donna, perché da femmina rinasce vita, segue correnti come spighe puntute, ambrate nel vento; come ifigenia del Sud, il sacrificum è desìo sfuggente, di terre famiglie.  Nuovomondo, perché il fuso è da ri-fare, ilare, perché à la carte v’è convenienza, a sfilarsi dal piccolo mondo antico, dalla rocchia, dalla rocca, e congiunger mani per prece e resistenza. Esistenza, deserto cobalto da solcare, e le fiamme son cinque in quel di coperta; e sotto-coperta, v’è descoverta, perché la “gente va dove c’è opportunità”, e oltre la Terra di mezzo le colonne erculee son sbarre ad Ellis Island, custodi mastini auscultano il cuore, ne sondano il battito e la ratio: “e come si spazzan le scale, signorina?” ; strade auree non ve ne sono, e c’è chi saggina da impugnar non vuole, e sole marginali ed ingiuste, e da asfaltare ancora, queste vie polverose. E il margine, il limen, è nelle mani degli uomini, perché “a saper fare”, il pane è assicurato, o forse no; ma chissà, è pur sempre l’alba cremisi d’un mondo nuovo: e allora Terra!  Terra ancora!  Piece in agrodolce, attrici compite e congegno ben oliato; il conto d’emigrante diviene lieve eppur sofferto: forte è il bastione che le attende, e non tutte son pronte all’uscio. Madre che scioglie litania, impugna rosario e sgrana gli occhi, davanti ad una figlia che salpa in terraferma. E sorelle, e donne, e signore: il vostro tempo rintocca come sirena di bastimento; e quanta carne che sbarcò in Ammerica. Sipario, e luce in sala. Applausi.


(29 gennaio 2012)


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