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“Rosalina, The end autumn night’s nightmare”, la piece di Giovanni Piscitelli al Sancarluccio
Servizio di Marco Catizone

Napoli - Diavolo d’un Bardo, vanto e spirito di tempi barocchi, drammatico eloquio; che non soffrisse anch’egli d’ombrosi guizzi e pregevoli sfizi, d’onirica fattura? Deliqui, deliri, d’una inquietudine poetica ed autoriale, errabonda come fiamma di vento; come rovello da sciogliere al lume d’un teschio di Yorick, incunabolo scritto col vermiglio, una notte di mezza estate o fine autunno: quis est Rosalina, e la sua verace historia? In scena al Sancarluccio, la piece onirica e complessa di Giovanni Piscitelli è fabulazzo e conto osceno, parte shakespeariano e parte-nopeo (il seme linguacciuto d’un dialetto di cunto elisabettiano sgravato scalciante ai piedi di Sirena); da Strafford a Neapoli, su treno nerofumo d’immaginifica ratio, William s’agita nella magione notturna, in scena incolonnata, intingendo pen(n)a tra invaginate mura, e ciance da Balia (dalla voce possente, Antonio Romano), in balìa di afrori di soma freddi al calor di cripta e passioni mai sopite, viepiù spinte, di cenere ardente; perché fiele e ambrosia s’ammischiano in natura ed essenza, e sì da struggimento rinasce, sofferta, poesia.
Romeo and Juliet; ed è gran ballo d’ingiurie e rosari in quel di Verona, e dai Capuleti, al rendez vous, mai dovevansi incontrare: giacchè l’irrisolto desìo guidò il Romeo verso le grazie di Rosalina (interpretata dall’istesso Piscitelli, ottimo e sicuro, piglio autoriale), godot mai pervenuto, lemure d’ombre mai contemplato, solo scorto, volto ascoso: e se invece la Mon(n)a fosse vissuta, in contesto e drahma ?  Grazia e cipiglio, l’eloquio e l’organza di noblesse à lacarte s’ammantano a contariis di vestigia polpose come ciocce di popolana fiera e pugnace; come donna di puntone,  “zoccola”, antica come mondo, regina Machedà di cum-passio ricoverta, in quel di Partenope secentesca. E’ quel che “The end autumn night´s nightmare”, Rosalina stessa, rielabora: in concordanza antica, il palco- regno è imbellettato d’ essenze femminee di maschia passione;  nel budello, bordello, s’agitano Balia maligna e gretta, aurea come chioccia da inciucio e capera, che s’intriga di faccende bigotte, di corna e venefici, e guazzabugli e pastiche ; si spoglia William-Tybald (proteiforme Giuseppe Ariano), blob “spasseddio” menomato, e riemerge da pieghe d’uomo, per rivelarsi eromenos di foga nascente, e rimorire, una volta ancora; vaga eterea, aleggia come velata assonanza, Giulietta lunare e angelicata ( Rebecca Salmoni), fiamma a specchio d’una dannata che  di pietas mariana ammanta il suo canto, ma riscattando sé stessa e l’ esser non monda. Pulsare elettrico, effluvio di basoli e tufo della Napoli che fu, col cesellato rococò d’una lingua smossa, mai rimossa ( o forse sì, ahinoi?), semantica comm’ anguilla- capitone, femmina e felina, al lume rischiarato d’un valzer di tormenti che ubriacò i più, ammaliandone l’ego e lo spirto.
Napoli è anche questo; vernacolo cenerino, coevo dei versi del Bardo, shakespeariano al plauso giusto, e un applauso ancora per attori attenti ed un’autore giovane e appassionato come dramma imperituro.   
Andato in scena dal 19 al 22 gennaio.



(24 gennaio 2012)


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