Martedì, 26 Gennaio 2021  
                                                   

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"Nel Nome del Padre" di e con Terry Paternoster, al Teatro Sancarluccio
Servizio di Marco Catizone

Napoli – Donna-bambina, alma di mater sgravata da peso, genesi amniotica, trinità uterina come alveo e manto regale; reale, per conto e resa di donna, al canto ferale d´un machismo di libido e protervia brutale, se non di forza "brutta"; che abbrutisce, scheggia, sbrecca il confine tra l´esser madre e sposa-compagna, di donna che è "donna" fin dal primo vagito, anche se resta bambina agli occhi della Mater, Figlia della Terra, e figlia dell´Uomo; eppur d´ uomo vittima, anche se mai succube, questo mai.  Terry Paternoster, minuta e possente, Penelope e petalo, delicata e fiera, tesse conto di figlia, e poi madre, e poi madre ancora; luci come sudario, puntate al petto, al volto latteo, di donna come caseo virginale, terrena madonna, sgravata da terre del rimorso, terre di taranta, l´Apulia (sì cara all´etno-logismo del De Martino).
Il Sancarluccio s´incrina per attimo infinito; si vibra, le tavole cigolano; rimiri il corpus dominae di giovane donna, padrona di scena e cumpassio, ancilla matura gravida di estatica essenza: e ti sorprendi, in platea, a interrogar te stesso, sul "quanta bravura" le pervade la carne tremula, l´aura attoriale. Trinità speculare, di madri che accolgono il proprio seme germinato come misericordia terrena; il volto frusto, le braccia livide, il cuore di brina; è Figlia, innocenza da preservare, da daemon di lupo, dal potere sulle cose, sulla materia possessoria di moglie, e in quanto tale res e cosa sua, di maschio; Madre, scialle nero, un lutto radicato nel ricordo e rimpianto, perchè una madre lo sa, lo sente, sempre. Distorsioni coscienti dell´io, di una donna, un´attrice, che rende senso e giustizia d´un freddo conto; quello di femmine, "altra metà", aliene in cieli serrati come isole, di pélago e d´Atlantide, inabissatesi sotto l´egida d´una fallacia ancestrale, d´un eretto d´uomo impugnato come sferza; poche le carezze, percosse attonite, fesse, come campanule che non risuonano, se non di fisico dolore; perchè vuote di calore. Società isterica, il conto è provinciale, antico come mondo; eppure non è scriminante di fatto, questo conto ; la metropoli è comunque ululante, la hybris del maschio è soverchia e tracotanza, come bestia sottotraccia, sottobosco; vittima e carnefice s´avvinghiano in tango struggente, che lascia ferite e strali come coltelli aguzzi: sono i denti del lupo, nella carne a brani, la donna-bambina è schiantata, non regge l´urto, l´assurto: d´esser ninnolo per capriccio, come ifigenia scarnificata, cancellata con colpo di serramanico. Numeri da grand guignol, oltre cento le femmine scannate, ogn´anno; il Belpaese è terra di rimorso, invero, per le sue figlie e madri e spose, la nemesi teatrale non tiene il passo ed il conto , delle vittime d´amour, quelle bambole pietose, come pezza strattonate, da chi le "amava" una volta, una volta ancora; tanto da sacrificarne il riflesso, rompendone lo specchio: ed Alice si sporge, scorge dell´abisso l´ombra striata, e la meraviglia s´infrange davanti al freddo della morgue. La Paternoster è un talento, la mimesi è impressionante; è catino liquido percosso da stille che rimbalzano sulla sua pelle diafana; riluce, dal buio, e ne vedi i fili invisibili che ne pervadono il corpo; e quanta forza in questa piccola, grande (seppur giovanissima) attrice. Spettacolo che merita davvero, a dimostrazione che il talento non conosce limite alla germinazione feconda. Da vedere. In scena fino al 15 gennaio.


© RIPRODUZIONE RISERVATA


(16 gennaio 2012)


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