Giovedì, 12 Dicembre 2019  
                                                   

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Il pianista Kostantin Lifschitz per l´associazione Scarlatti all´Auditorium di Castel Sant´ Elmo

Servizio di Beppe De Fusco

Napoli - Va certamente a merito all´Associazione Scarlatti la puntuale proposta al pubblico napoletano del Gotha dei pianisti oggi presenti sulla scena internazionale. Lo scorso anno abbiamo potuto ascoltare la sorprendente cinese Yuja Wang, e per la  presente stagione abbiamo ben viva nella memoria la meravigliosa serata di suprema arte pianistica offertaci dall´ungherese Andras Schiff al San Carlo lo scorso novembre. Questa volta vi raccontiamo del recital, con programma interamente schubertiano, con cui Kostantin Lifschitz si è imposto

(catturandone prima l´assoluta attenzione e infine la totale soddisfazione) al pubblico dell´Auditorium del Castel Sant´ Elmo lo scorso giovedì 15 dicembre.
Questo giovane pianista (classe 1976) nato a Kharkov e quivi cresciutovi in un precocissimo interesse per la musica, appartiene alla gloriosa dinastia della cosiddetta scuola "russa", ed anzi ad una speciale sottospecie che è la tradizione  pianistica ucraina. A ben guardare, ucraini erano Emil Gilels, Sviatoslav Richter, Vladimir Horowitz. E ucraine erano due figure di pianisti-compositori oggi pressocchè dimenticate, ma cerniera fondamentale dell´evoluzione della cultura post-lisztiana del pianoforte a cavallo tra l´Ottocento e il Novecento nella grande madre Russia, che erano Felix Blumenfeld (1863-1931), che fu tra l´altro maestro di Horowitz, e Sergei Bortkiewicz (1887-1952), anch´egli nato a Kharkov.
E insomma l´altra sera è sembrato proprio che il latte succhiato da Konstantin Lifschitz avesse odori e sapori fortemente legati alla sua terra d´origine. Ma quali sono, infine, i tratti comuni e distintivi della visione "russo-ucraina" dell´arte pianistica? Fatti salvi gli ovvi distinguo legati alle peculiarità del singolo artista, diremo: la predilezione per una sonorità specialmente ricca, che dia particolare peso al colore ed alle voci interne dell´armonia; e ciò ai fini dell´esposizione dell´opera musicale sempre nel segno di una drammaturgia. Tale ricchissima civiltà ha insomma portato alle estreme conseguenze la strada aperta da Franz Liszt (finalmente in possesso dello strumento pianoforte a corde incrociate e con una tavola armonica eccezionalmente risonante, quale lo conosciamo noi oggi) nell´ultima fase della sua attività creativa: tensione emotiva e interesse armonico, suggestione ipnotica per le alchimie timbriche potenzialmente generabili, espressività al calor bianco servita da uno stupefacente "legato" strumentale.
Kostantin Lifschitz ha ritrovato questa traccia, riportandola alla sua prima origine della storia della musica, e propriamente applicandola a Franz Schubert. Che Schubert fosse qualcosa di assolutamente speciale nella sua epoca se n´era già avveduto Beethoven (che nelle tarde conversazioni con Schindler riconosceva stupefatto la sua "divina scintilla"); ma va dato merito appunto al già nominato Franz Liszt di esserne stato prima appassionato apostolo e trascrittore, e infine ispirato seguace nel segno della suggestione formale-drammaturgica di lui (producente opere di forma "circolare" originantesi dalla trasformazione di un unico semplice tema), nonché in quello della ricerca e fascinazione di un´armonia cangiante e fortemente legata alla psicologia del sentire.
Tutta questa affascinante filiera, che dai Russo-Ucraini ritornava a Schubert per il tramite di Liszt, ci è sembrata passare per le dita di Kostantin Lifschitz l´altra sera. Il pianista ha aperto il programma con una personale e a nostro avviso geniale "collana" (organizzata con sapienza di collegamenti tonali e di carattere) racchiudente un poderoso excursus della notevolissima produzione delle danze del compositore. E l´artista ha messo subito in campo gusto, bel suono, espressione appropriata, e grande civiltà e padronanza del carattere di "danza"  di cui in parte sono fatte, in realtà, tutte le opere di Schubert. Ma è stato con la "Wanderer Fantasie" del 1822, composizione di forma "circolare" nel senso di cui si diceva prima, che sono emerse via via tutte le qualità caratteristiche del suo pianismo. Diciamo subito che qui, oltre alla categoria della Danza, Lifschitz si è trovato alle prese con quella del Canto (e sublime in tal senso ci è apparsa la qualità vocale evocata nella parte centrale), della Marcia (un plauso al superbo finale, reso con saldezza di ritmo e eccellente tenuta tecnica) e infine del Dramma (se mi è concesso esprimerlo così). In questo senso il pianista ha massimizzato i contrasti, dilatato i colori, "espressivizzato", sia pur sempre con senso della coerenza, in modo estremamente "carico" il dettato musicale schubertiano; e in ciò facendo uso di una tecnica a tratti non convenzionale, con risultati fino al limite (mai toccato) di un´oggettiva arbitrarietà. Potremmo obiettare che il suo Schubert non è uno Schubert filologico, che la sua articolazione tesa, il suo eccezionale "super-legato" non siano correttamente riferibili ad una prassi esecutiva dell´epoca, che i Serkin e i Badura Skoda, col loro "non-legato" e la sonorità più cameristica, siano più vicini alla "tradizione" schubertiana. La questione è complessa: se volessimo essere assolutamente filologici dovremmo suonare (e qualcuno, naturalmente, lo fa) sui pianoforti "viennesi" dell´epoca di Schubert che certamente sono lontanissimi dal grancoda moderno, che invece è nato negli ultimi trent´anni dell´Ottocento, e su cui si è impiantata la scuola Russo- Ucraina. Incidentalmente, con questa metodologia (quella della prassi esecutiva "correttamente tradizionale") fu stroncato Horowitz (altro Russo-Ucraino) che aveva avuto l´ardire di presentare l´ultima sonata di Schubert (lui, che non ne era "uno specialista") in un recital del 1953 a New York, recital che restò nella storia perché il pianista, toccato dalla ferocia del critico, decise di non suonare in pubblico per i successivi dodici anni.
Il vero punto della questione sembra quindi non tanto quello della "tradizione" schubertiana (che diamo certamente per correttamente scontata), quanto quello, più sottile, dello "spirito" schubertiano. Perché a ben sentire Kostantin Lifschitz, nella sonata in Do Minore D958 (terz´ultima della produzione dell´autore) eseguita al termine del recital con dinamica dilatatatissima e suono che caricava di estrema tensione, a tratti disperazione, molti FF; per poi cullarsi in PP oscillanti tra la rassegnazione e la beatitudine, ha certamente colto nel segno, e tradotto in densa pittura sonora ciò che certamente è, in "potenza", presente nella misteriosa scrittura del sommo Viennese.
Grande il successo per l´artista che ha offerto, ad un uditorio letteralmente rapito, una umanissima lettura dell´ultimo dei Momenti Musicali (n.6), ancora di Franz Schubert.

 

(19 dicembre 2011)


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