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NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA E TEATRO ESPANOL

LA CASA DI BERNARDA ALBA CON LINA SASTRI

Servizio di Maddalena Porcelli

Napoli - Teatro Mercadante 30 settembre -1 ottobre 2011. Un insolito spazio scenico, situato al centro della platea, divide il pubblico di spettatori in due semicerchi inducendolo a un duplice confronto: producendo un interscambio tra gli spettatori stessi e tra questi e gli attori; ne risulta un grande coinvolgimento emotivo. Il dramma a cui partecipiamo, tra i più potenti della contemporaneità, fu scritto da Federico Garcia Lorca nel 1936,alla vigilia della guerra civile spagnola e Lluis Pasqual ne firma la regia. Si tratta di LA CASA DI BERNARDA ALBA che appartiene alla cosiddetta “trilogia rurale“, insieme a “BODAS DE SANGRE” e “ YERMA“.
Il grande merito del regista è di aver aderito fedelmente al testo, permettendoci di sentir vibrare, a ogni battuta, la voce e le emozioni del poeta. Lo dimostrano la grande interpretazione di Lina Sastri, nel ruolo della dispotica Bernarda, la superba disinvoltura di Maria Grazia Mandruzzato, perfettamente calata nel ruolo della Ponzia, domestica fedele di Bernarda e l’eccellente bravura delle giovani Gaia Aprea, Chiara Baffi, Marcella Favilla, Azzurra Antonacci, Federica Sandrini nei rispettivi ruoli di figlie di Bernarda: Angustias, Maddalena, Amelia, Martirio, Adele. Oltremodo commovente Anna Malvica nel ruolo della folle madre di Bernarda. Molto ben riusciti risultano i costumi di Isidre Prunés per l’accuratezza dei dettagli, tale da rendere vere e naturali le atmosfere di campagna. Il lavoro risulta severo e semplice, com’era nella volontà dichiarata di Lorca che adottò per descriverlo la denotazione incisiva di “documentario fotografico” e che Lluis Pasqual ha magnificamente interpretato. La scenografia è, infatti, ridotta all’indispensabile e l’attenzione è tutta concentrata sulla tensione interna, impressa nel volto e nel respiro dei personaggi. Ci si sente travolti dal groviglio delle passioni, ci si scruta per trovare conferma all’istinto di ribellione. E’ una storia di donne, di una madre imbevuta dei biechi e retrivi precetti cattolici, forgiata secondo i dettami di una mentalità feudale, del sistema al quale appartiene, che dunque provvederà ad una spietata clausura per le sue figlie pur di salvaguardarle dal mondo degli uomini che popolano il contado, ritenuti indegni del loro status di possidenti terrieri e sottostare alle regole della comunità religiosa. E’ una storia di donne, del disperato bisogno di libertà, dell’ansia di spaccare la pesante, soffocante corteccia di quei valori ipocriti e perversi della società imperante. Dramma religioso ma anche economico-sociale, nel quale si riflettono le istanze politiche degli anni trenta del ‘900 e della barbarie clerico-fascista che di lì a poco si sarebbe manifestata in tutta la sua virulenza. La Chiesa cattolica per riaffermare il suo prestigio sosterrà la Falange, l’organizzazione fascista, affinché schiacci il governo repubblicano che aveva vinto le elezioni del 1936 e che andava muovendosi su un terreno di riforme laiche. Essa, con il suo bagaglio di prescrizioni circa la necessità di obbedienza e sottomissione all’ordine e all’autorità, ha sempre appoggiato i governi totalitari rivendicando un ruolo di regolazione delle questioni pubbliche, timorosa da sempre di veder prevalere una visione laica del mondo che ponesse al suo centro la difesa dei diritti dei più deboli, in particolare delle donne. Ciò perché si è fondata sulla misoginia tout court. E’ stato l’impulso di Eva al desiderio, il constatare che abbia preferito il piacere e la conoscenza, a gettare l’umanità nell’inferno del mondo, imponendole come riscatto un destino di sottomissione e di obbedienza. Eva è colpevole perché si è ribellata assaggiando il frutto della conoscenza. Così Adele pagherà con la vita il suo legittimo ribellismo. Questa è la logica che il poeta denuncia senza veli, perché questo è il dolore impresso nel corpo delle donne. Un’opera come questa conserva, intatta, la sua forza rivoluzionaria in quanto l’intolleranza intellettuale che disprezza il sapere e l’intelligenza, e preferisce l’imbecillità della cieca obbedienza, resta sempre palpabile. La scomparsa di pratiche religiose non vuol dire arretramento delle credenze. Se da un lato oggi ridiamo quando il papa condanna il preservativo, dall’altro continuiamo a sposarci in chiesa, a ridiscutere di aborto, a leggere la Carta degli operatori sanitari elaborata dal Vaticano che condanna la sperimentazione embrionale, l’eutanasia, l’uso degli analgesici che sospendono la coscienza in fin di vita, insistendo sulla funzione salvifica del dolore.

 

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