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La Cantatrice è Calva caleidoscopio di calembours al ridotto del Bellini
Dal 25 gennaio al 3 febbraio
Servizio di Marco Catizone

Napoli – Borghesia molesta, galvanizzata dall´ovvio scorrere del perbenismo a profluvio, i borghesucci di Ionesco mettono le tende in quel di Neapoli, con sei personaggi in cerca d´ardore – E dov´è il fuoco?, direbbe Il Pompiere – per assurdo spectaculo da trapiantar dai cinquanta anglo-francofoni ai nostri anni plastificati da merceologia mediatica a rimorchio; interno giorno, boudoir plissettato ed every kitsch, la Cantatrice (è) Calva ed il cicaleccio in attesa, inatteso, è ottuso e vago: di più, ondivago, tra le brecce merlettate, e braccia poco snodate alla Barbie Girl, in Aqua pazza danese-barra-norvegese (ambientazioni e scenografie da quartetto canterino tardo pop adolescenziale, on air un decennio orsono), per diuturne e quotidiane misture di dialogoi e pastiche senza senso, nel prosaico dipanarsi della quieta trama floscia di vite satolle e quindi abrase al midollo.Ionesco ben congegnò i suoi automi, dissezionando l´incomunicabilità dell´io tra le quattro mura, i simulacri e le liturgie borghesi, le lame sgranate d´un linguaggio svuotato di senso e quindi rigenerato a contrario, anodino ed ingolfato: gli Smith ed i Martin della Cantatrice s´abbeverano del trasformismo post-moderno, il quartetto si scambia profluvi ed essenze di banale cortesia, accapigliandosi sul nulla di rituali ormai scemati nel grottesco, quando non nella pura idiozia; ergo, il testo si rigenera ancora, Ioensco è satiro incantatore, eppure.
Eppure i ragazzi di Pellegrino tracimano nella mediaticità most popular d´un medio meriggio post prediale, una Buona Domenica dilatata in proscenio e deliquio, con movenze e calambours, anche musicali, mutuati dalla Premiata Ditta del Costanzo che fu; per carità, lo straniamento è totale, ed azzeccata la scelta d´una Mary-cameriera sfuggita d´amblais al delirio transgender di quel piccolo capolavoro del The Rocky Horror Picture Show, sulle note d´un Doctor Frank-N- Furter con minor fregola ma di sicuro impatto sullo spettatore platealmente ridente; eppure, si diceva. Eppure la boutade non convince del tutto, pur rimanendo fedele al testo di Ionesco, pur rovistando nell´assurdo d´un teatro spogliato di sovrastrutture semiologiche, per giungere all´osso del non-sense più spinto: il calcare sull´aspetto "muscolare" della piece probabilmente non ha giovato sul piano semantico, di più su quello scenico, rischiando il limen e bordeggiando sulla falsa riga d´un Pino Insegno e d´una Draghetti dallo schermo fuggiti, in libera uscita teatral-dominicale. Applausi a mezz´asta, per un classico da rispolverare comunque e senza tema.

Con: Carlo Liccardo, Viviana Cangiano, Francesco Saverio Esposito, Roberta Astuti
Yuri Napoli, Diego Sommaripa
Idea e messa in scena: Ciro Pellegrino


31 gennaio 2013

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