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"La Ciociara" al Teatro Bellini di Napoli

Un viaggio nei ricordi e negli incubi
Servizio di Giovanna Castellano

Napoli - La Ciociara di Annibale Ruccello, a differenza del romanzo di Moravia, ha una collocazione temporale che porta l´azione in avanti di alcuni anni, a guerra finita, quando tutto è già avvenuto: la fuga da Roma, la vita da sfollati, l´incontro con Michele, l´intellettuale che tanto significherà nella vita delle due donne.

L’azione comincia con Cesira e la figlia Rosetta che discutono di cose materiali come l’acquisto di una nuova auto; sembra che le due donne non abbiano alle spalle un passato così devastante. Appunto: sembra; un passato come quello, immagino che laceri l’animo con ferite non si possono rimarginare, tuttavia l’esteriorità “sembra” normale, e forse non è solo l’amara omologazione ad un mondo dominato dalla bramosia e dall’avidità, ma è quella apparente normalità che vive chi riesce a non impazzire dopo un’esperienza del genere.

La narrazione di ciò che è avvenuto prima di quel momento è affidata ai flash back.

E quindi, come dice la regista Roberta Torre: “Questa Ciociara è un viaggio nei ricordi e negli incubi e dunque di fantasmi si tratta. E dunque se di fantasmi si tratta ho immaginato una messa in scena che possa materializzare i ricordi e il passato...”

Tutto bene, ma un appunto c’è: perché fare di questi ricordi del passato una specie di puzzle formato da pezzi esageratamente piccoli? Credo che i troppi bui abbiano eccessivamente spezzettato l’azione e qualche momento di felicissima interpretazione da parte degli attori (Daniele Russo e Donatella Finocchiaro più che convincenti) non sia riuscito a far scattare negli spettatori (oggettivamente un po’ perplessi) l’applauso che sarebbe stato più che meritato. Applauso che però a fine rappresentazione è stato lungo e convinto.

Molto belle sono state le proiezioni su un velo trasparente, che separa il pubblico dagli attori, di effetti visivi (anche se forse qualcuna in meno avrebbe giovato allo spettacolo) e che hanno dato una precisa idea del luogo a cui si riferivano i ricordi e del periodo storico trattato.

La regia, avvalendosi di tante proiezioni, ha fatto del suo lavoro un ibrido tra cinema e teatro ottenendo in qualche caso che il primo prevalesse sul secondo.

È ora, siccome quando si pronuncia la parola “ciociara” la prima cosa che viene in mente è lo stupro in chiesa (e anche questo allestimento ne ha fatto il fulcro del racconto, evidenziando l’episodio anche sui manifesti), voglio spendere due parole proprio su quello.

In parte recitato dagli attori in scena e in parte proiettato come film, non è tuttavia riuscito a rendere quel pathos che il bianco e nero di De Sica e il suo gioco di ombre e primi piani riesce a dare; somiglia molto, in questa trasposizione, alle scene di quotidiana violenza che il cinema, la televisione e, purtroppo, la realtà stessa, ci propinano a ritmo insopportabile; nel film dava una devastante angoscia, qui dà un profondo disgusto, è vero che sono entrambe sensazioni amare, ma l’angoscia ti fa immedesimare nella protagonista, mentre il disgusto te la fa solo commiserare.

Insomma, il romanzo è bello, il film è insuperabile, e lo spettacolo teatrale? Diciamo che si classifica al terzo posto.
In scena fino al 26 febbraio 2012



(20 febbraio 2012)

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