Giovedì, 12 Dicembre 2019  
                                                   

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“CI POSSO OFFRIRE QUALCHE COSA?”

AL TEATRO CIVICO 14 L’INCONTRO TRA DUE MONDI SI TRAMUTA IN DOVERE CIVICO

Servizio di Guerino Caccavale

Caserta. Vi sono incontri che possono cambiare la vita o quantomeno indirizzarla verso convinzioni diverse da quelle che l’hanno accompagnata sinora, sempreché si ha la capacità di assorbire nuove informazioni ma soprattutto verità, fino a ieri inaccettabili e scomode. Il testo di Emanuela Giordano, “Ci posso offrire qualche cosa?”, verte proprio su un incontro/scontro, casuale per un verso, voluto per un altro, tra due vite diverse: quelli di Lina e Pia, due vicine di casa che a stento si conoscono e che, in ogni caso, non hanno mai avuto modo di confrontarsi. L’occasione per incontrarsi è data dal lancio di un sasso con cui Lina quasi colpisce la vicina di casa. Da parte sua Pia altro non può fare altro che giungere sul pianerottolo dell’appartamento dal quale è partito il sasso ed entrarvi perché la porta e un altro mondo sono aperti: la siciliana Lina ha premeditato tutto, pensando finanche a farle trovare il tavolo imbandito con tazzine, bicchieri, piatti ed una torta.

Lina, figlia di un pentito di mafia che aveva conosciuto Paolo Borsellino un anno prima della sua tragica fine e al quale aveva fatto molte rivelazioni, con l’entrata di Pia in casa sua raggiunge l’obiettivo prefissato e le offre, senza essere contraccambiata, il dolce preparato con le sue mani. Ella crede che Pia sia una giornalista alla quale rivelare, finalmente, le sue verità. La sua vicina di casa è invece una maestra che ha come scopo principale quello di far crescere bene i suoi due bambini e senza l’aiuto del proprio compagno che l’ha abbandonata: è la classica persona normale a cui tutto va bene se riesce a condurre la propria routine. Entrambe vivono ad Altopascio, in provincia di Lucca: per Pia, toscana, è la sua naturale sede stanziale; per Lina è solo uno dei 24 percorsi occasionali di una vita senza identità. Il piano della ragazza siciliana viene attuato con il sequestro di Pia, alla quale può finalmente spiegare la sua storia di persona reclusa e vissuta all’oscuro di tutti, senza protezione fin dal momento della tragica fine di Paolo Borsellino. All’inizio il dialogo tra le due donne è unilaterale perché ognuna porta avanti un discorso che non collima mai con quello dell’altra. Pia non vuole ascoltarla o quantomeno non le interessa nulla della sua vicenda, ma una pistola puntata in faccia ne cambia l’atteggiamento, non le proprie convinzioni. Le verità rivelatele sono  scottanti ma non a tal punto da farle ritenere serie: per lei sono solo sciocchezze a cui non dare attenzione. Quando però la maestra toscana ha la possibilità di ritornare dai propri figli poiché le è stata concessa la  libertà, cambia atteggiamento e resta, sia per comprendere nuove verità, sia per essere partecipe degli orrori vissuti dalla ragazza siciliana e non sentirsi complice. Così, mentre nella casa la tensione aumenta, tra loro si sviluppa una forma di dialogo adesso sì reciproco. “Ci posso offrire qua qualche cosa?” è un testo che in quest’epoca anormale, caratterizzata dall’omertà di sentimenti e confidenze, può definirsi coraggioso, sia in sé che nella sua trasposizione scenica. Grande merito, oltre all’autrice e regista dello spettacolo, va alle due attrici, ovvero Claudia Gusmano (Lina) e Laura Rovetti (Pia), che  si immergono completamente nei loro  personaggi in un incalzare di pathos che permea tutta la rappresentazione e potrebbe portare a tragiche conseguenze ma alla fine sfuma perché entrambe si sono liberate di due macigni. Da una parte, infatti,  le verità e le paure di Lina si dirigono verso nuove sponde, dall’altra la codardia e il disinteresse di Pia verso ciò che la circonda gradatamente scompaiono. All’inizio le due donne  sono completamente diverse da come saranno alla fine della rappresentazione: questo incontro le cambierà dando loro coraggio ed eliminando la rassegnazione. L’atteggiamento nevrotico della giovane ragazza farà spazio alla lucida consapevolezza di essersi liberata di scottanti verità che l’avrebbero trattenuta sulla via dell’insania; Pia, invece, trasformerà l’iniziale vigliaccheria e la negazione di ciò che la circonda, in aperture verso un  mondo nuovo inizialmente  rifiutato. Lo scontro è quindi tra una vita borderline ed un’esistenza normale. Tante sono le letture e gli argomenti che scaturiscono dalla pièce di Emanuela Giordano: la voglia di verità, il coraggio, la fiducia, il risveglio civile, l’anomala condizione dei parenti dei pentiti che vivono non-vite, la memoria. Il testo ha anche una funzione didattica (esso si rifà a documenti relativi agli ultimi trent’anni di storia dell’Italia), non parla solo di mafia ma è anche una denuncia, uno stimolo a mettersi in gioco per non dire “io non c’entro” ma per maturare la coscienza che ognuno è un pezzo di un puzzle che si ha il dovere di ricomporre e non di distruggere: non bisogna vivere alla stregua di pedine di scacchi che si fanno “mangiare” dall’indifferenza. Le due protagoniste si immergono con naturalezza nei loro personaggi fino a rispecchiarsi in essi, scontrarsi e confrontarsi con il contrario di ciò che rappresentano: la denuncia del male contro la sua negazione, la verità contro la sua apatia, il coraggio contro la vigliaccheria. Atto unico intenso, crudo quanto reale, “Ci posso offrire qualche cosa?” è puro teatro civile che trova nel Teatro Civico 14 il luogo naturale di rappresentazione. La scenografia è scarna, quasi vuota, riempita dalla presenza delle due donne: la paura e la normalità si scontrano tra di loro diventando fiducia e compartecipazione. Sul tavolo vi sono anche dei giornali che rappresentano la (libera) informazione, in nome della quale  Lina a un certo punto elenca una sfilza di date, luoghi, fatti, nomi, orrori, che hanno avuto a che fare con la storia d’Italia degli ultimi 30 anni.  Il palco diventa così crocevia di isterismi, solidarietà, commozione, compassione: in esso si dipana il dialogo tra chi vuol parlare e chi non vuole ascoltare, tra chi ricerca e diffonde notizie vere e chi invece ne resta insensibile. Come un pugile sul ring, la maestra toscana è messa all’angolo, costretta a fare autocritica per la sua inerzia civile e il distacco dalla realtà: è il concreto rifiuto della realtà che si trasforma, alla fine, in compartecipazione civile per non essere mai più complice di cose che già conosce ma di cui volutamente ignora l’esistenza. Pia in fondo mostra un atteggiamento di difesa contro le violenze e brutture del mondo, ritenendo che non debbano far parte del suo cammino. Lina all’inizio appare cattiva, in realtà è una ragazza sola e insicura, senza alcuna fiducia per il prossimo. Ogni tanto sulla scena s’insinua un sorriso. Ciò simboleggia la speranza che l’atteggiamento della gente verso la verità e lo stato attuale delle cose possano cambiare. La pièce è un omaggio al giudice  Borsellino e alle vittime di associazioni criminali, un monito per  ricercare sempre il vero e il giusto attraverso un’informazione non depistata e disinformata. La regia si concentra su figure che nelle storie di mafia spesso sono trascurate ma ne fanno parte a pieno titolo in qualità di  vittime innocenti, reticenti per necessità o volontà propria. Lina è sequestrata da una vita, Pia ha invece una vita sequestrata dalle sue vigliacche convinzioni che riscatterà mangiando parte della torta inizialmente respina, manifestando così il suo nuovo approccio alla veritas e infondendo la concreta speranza che l’insensibilità a certe notizie non sempre rimane confinata in un posto oscuro, ma può essere estirpata e diventare una nuova capacità di affrontare la vita. Teatro Civico 14. In scena il  6 e il 7 aprile.

 

 

10 aprile 2013


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