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Sul concetto del volto nel Figlio di Dio della Socìetas Raffaello Sanzio

A proposito delle polemiche e delle contestazioni, la paura di guardare oltre il velo

Servizio di Antonio Tedesco

Milano - La contestata (da frange estremiste pseudocattoliche) rappresentazione dell´ultimo lavoro della Socìetas Raffaello Sanzio, Sul concetto del volto nel Figlio di Dio, ideato e diretto da Romeo Castellucci, in programma al teatro Parenti dal 24 gennaio, si ispira ad un racconto-parabola di Nathaniel Hawthorne, Il velo nero del pastore.

Nel testo si racconta del Pastore (di anime), il reverendo Hooper, che, ad un certo punto della sua vita decide di coprirsi il volto con un velo nero, rifiutandosi di rimuoverlo per tutto il resto dei suoi anni, e fino oltre il suo decesso. Questo velo genera angoscia e terrore nei suoi parrocchiani prima, e in tutti coloro, poi, con i quali il pastore viene a contatto.

La metafora, ancora una volta, è nello specchio. Nel riflesso che quel semplice velo di colore nero genera in chi lo guarda. Consapevole che in esso vi sia la rappresentazione materiale di tutti quegli altri invisibili, ma ugualmente presenti e terrificanti, veli che coprono se non i volti, le anime di tutti gli esseri viventi. Il vedere la propria condizione più intima e nascosta rappresentata in maniera così aperta e persistente da quel velo crea sconcerto e confusione.
La lettura che ne dà Castellucci nel suo allestimento per la Socìetas Raffaello Sanzio è quella di un uomo anziano e malato, incapace di controllare, ormai, anche i suoi bisogni corporali. Assistito, però, da un amorevole figlio che non teme di "sporcarsi le mani" con la sgradevole materia organica. Per tutto il tempo dell´azione sulla scena campeggia una sorta di gigantografia del volto di Gesù, nell´immagine che ce ne ha lasciato Antonello da Messina nel suo famoso Salvator Mundi.
Immagine che a fine spettacolo viene coperta da inchiostro che si scioglie (le Sacre Scritture?) e squarciata dall´interno, lasciando posto alla scritta "Tu (non) sei il mio pastore". Quasi a simboleggiare, più che un dubbio,  un grido di dolore che, forse, precede la salvezza.
Ora, di fronte a questo spettacolo, i novelli parrocchiani del Reverendo Hooper (di stanza non in una puritana cittadina del New England nei primi dell´Ottocento, ma nelle modernissime metropoli europee di Parigi e Milano) sono rimasti anch´essi terrorizzati e angosciati, ma a differenza di quelli del racconto, hanno reagito con violenza.
Forse troppo spaventati da quel velo nero che metaforicamente impregnava il "volto" della scena hanno visto d´improvviso il riflesso di un altro velo, quello che copre le proprie coscienze e che non hanno avuto il coraggio di sollevare.
Sono proprio queste reazioni che dimostrano quanta necessità ci sia ancora oggi di un teatro capace di scuotere e turbare le coscienze.
Quello della Socìetas Raffaello Sanzio è un teatro che agisce per simboli forti, disturbanti. Si può paragonare a certe espressioni più estreme dell´arte concettuale. Il cui senso và cercato sotto la lettera del testo, o meglio, della performance.
Ecco, sotto la lettera, o sotto il velo, che dir si voglia, ci sono proprio loro, questi che urlano all´azione blasfema. E che non sopportano di sentirsi "scoperti".


 

(24 gennaio 2012)


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