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Doppio Ruccello alla Sala Ichòs di San Giovanni a Teduccio: “Le cinque rose di Jennifer” e “Ferdinando”, per una full immersion nelle atmosfere del compianto drammatugo partenopeo

Servizio di Marco Catizone

Napoli - “Jennifer” e le sue paillettes rosate, la sua plebea pudicizia, i suoi posticci a raggiera; “Ferdinando” e le sue impudicizie ad inganno, il suo candore androgino, smerigliato e puntuto. Emerge, canto dolente, a Via San Nicandro, “‘a cupa ‘e Sannicandro”, in quel di San Giovanni, un Ruccello quasi immacolato, puro di cunto ed essenza, nell’amnios fetale d’un teatro periferico, polifonico, mai provinciale, come onfalos di gusci tufacei in disfacimento, architravi industriali, come masserizie scheletriche, ad indicare un futuro svacantato e svuotato di senso. Senso ottuso, ovattato, d’una maieutica minimalista, d’exempla in soffio di labbra, del far teatro e compenetrarsene; Sala Ichòs, antica camiceria, per vesti ben cucite, calate addosso a docenti/attori e spettatori/discenti che tendono ad ellisse, a circoscrivere un decennale (e più) d’attività, “radio-attività”, che permea il terriccio, adattandone l’humus, e scavandone in costanza, e coscienza, fiumi di carsica politeia  da rive gauche, da fumisterie cabarettistiche illuminate, e d’immenso, raro talento. Animalità da palco. Da preservare, incendiare di linfe novelle, smussando gli angoli di boiseries sinistrorse da pianeta radical chic ed intellettualoide, da paraninfi imbellettati, a sminuzzare il senso ermetico d’una piece, fino all’ultimo pezzo, fino all’estremo lacerto. Linfa plebea; e qual miglior fiera da mostrare, esotico e dramatico vezzo, da belletti di scena scevri di finzioni sovrastrutturali, che quel Ruccello Annibale, calato dal basso, anima mundi d’un partenopeismo da rinnovare, partogenesi d’una drammaturgia grotesque, vivida ed incendiaria; ironia sospesa sulle miserie dei basoli, mutazioni simbiotiche d’identità irredente, tra un femminiello/travestisto vestale alla cornetta, spasmi posticci in agnizone perenne (“Franco”, dove sei?), virgo di solitudo, non di verga, mai beata; ed un efebo tricoricciuto, Candide luciferino, spirto del tempo fosco, a recidere il capo d’un meridionalismo borbonico defunto, e mai seppellito (spoglie mortali, annacquate, che smottano nel deliquio): Ferdinando, Godot proditoriamente rivelatosi; Jennifer, Ifigenia sacrificata sui lari d’un consumismo cannibalico. Carne tremula, disseccata, solcata da trucchi di scena e canti erranti (via radio) di divine muse del Pop(ulismo) canoro, Jennifer  (Giuseppe Giannelli) scorge il botro dell’ossessione, cedendo di schianto, un colpo esploso ferraginoso, come lacrima solinga; Arcangelo, di trame discinte e perversismo borghese, paludate vesti al corpus aggrovigliate, d’un membro virile e mai ascoso, l’incedere dello Zeitgeist  savoiardo ed ingordo nelle foie adolescenziali d’un Ferdinando/Filiberto, scazzamauriello asseverato e amorale, gabba le due badesse d’un culto perduto, le “zie” Clotilde (Teresa Addeo) e Gesualda ( Ilaria Basile). Si sazia della sua verità, tracannando in alto il calice di abulici e laceri miti che son più corrotti delle fiabe antiche, del Perrucci (e la sua Cantata) trasfigurati da cantori plebei, in nobili preci litaniche, verba di popolo, per una Parola disvelata.
Ruccello sradicava i suoi personaggi, la fenomenologia della sua personale recherche voyeuristica, si scontra con la poetica delle sue rappresentazioni, il Vero Lume a fugare le surrettizie celebrazioni di Neapoli - la Sua Napoli -  dedita ad un’autorappresentazione sovente stucchevole, perché spersonalizzata, in guisa di costume, a prescindere dalla teatralità sociale d’un palcoscenico adagiato sulle lepidezze d’una terra arcana ed incantata. Incantata, perché ritualizzata ad libitum, sfruttata come corpo e merce, kitsch artefatto di luccichii  ingolfati e salmastri, travestitismo irrituale, sfatto; al pulsare ritmico d’un neon ideologico, che si riversa, lunare, sul lume (non eterno, semmai etereo) ad olio, d’un decadentismo fallace, e non più scenico. Semmai osceno, perché non più autentico. Eppure la lengua  del Basile, cinerinasulfurea, raccatta i lacerti, e s’ addobba delle “moderne” radici ruccellesche, perpetuando il rito, impervio, d’una teatralità verace, mai vulgare, che s’adombra e rischiara ad uroboro, all’umido delle assi . Merito e plauso al taglio netto, asciutto, della regia e delle scenografie del regista  Salvatore Mattiello, che mantiene la livella per delineare i contorni di drammaturgie e testi imperituri e classici, e come tali da maneggiare senza formalismo vacuo, bensì con cura.

(13 marzo 2012)


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