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“Disturbi di memoria” di Manlio Santanelli al Piccolo Bellini
Porfito e Serao alle prese con i “disturbi” d’un passato che ritorna
In scena dal 9 marzo al 1 aprile
Servizio di Marco Catizone

Napoli – “Siamo tutti esuli dal nostro passato”. A citar Dostoevskij, siam tutti transfughi d’una landa solcata da marosi e tempeste, figli d’un passato che tormenta nel deliquio o ristora nel conforto, pellegrini d’un culto vizioso, da concupire o blandire con preci e soliloqui. Ma tant’è; la bruma è coltre da fugare, o velo al nerofumo da stralciare, in bilico tra ricordanze leopardiane, o concordanze mannare per homines lupoidi, che radono il pelo, per celar il vizio: vezzo immaginifico di coprire o descovrire le carte d’un passato che si scala (foul, d’assi cartesiani al crocicchio) o si rimira, o si teme come suocera sull’uscio. Manlio Santanelli ne pare ben conscio, e nel suo “Disturbi di Memoria” tratteggia i prodromi di Lari dis-persi nel focolaio d’un ricordo, sfuggente come sensale d’illeciti guizzi, scazzi ipocondriaci di ciceroni d’antan; due figure, due retaggi: Severo (pimpantissimo Mario Porfito, insediatosi nel ruolo), manolete scaltro, lesto di muleta e banderillas, sgravato d’amblais nel paludato studio del suo antico companero de estudio, integerrimo penalista, incalzato con malagrazia, nè tregua, fino allo smottamento emotivo, al ricordo più vivido, sanguinante; Igino (un ottimo Lello Serao), sobrio, elegante, di falsa sicumera, radici che affondano in frasi smozzicate, cacaglie, d’una memoria smezzata, perché confortante, perché riscritta all’abbisogna. Il passato è terra straniera, lastre scolorite che tinteggiano lacerti e brandelli di identità artefatte, per apolidi che gettano moneta nel pozzo, osservando il tintinnio dei raggi che s’allargano, si slabbrano, deformando la memoria in quel che non era, in quel che si vuole essere (o almeno apparire); Saverio e Igino s’arenano sulla battigia lignea d’una zattera di fortuna, remando in controsenso, l’uno, irriverente, pungola e seduce; l’altro, avviluppato alla terra, ne seppellisce la ricordanza in falsi miti, di certezza e rimozione: un repulisti spurgante che adombra ed incupisce, una negazione a scomparto, per salvare almeno una scheggia, della zattera ai marosi. Porfito e Serao si sfidano, il rendez-vous  è giostra per parate e affondi, schermaglie ad orologeria, tempo scandito da sguardi felini al lazo, valzer di sedie scambiate come vesti, al minimo, pelle; che divengono amanti vogliose, in immaginari casini al sole berbero di lupanari d’oriente (strepitoso l’amplesso simulato da Porfito con “l’attrezzo scenico”), o refugium peccatorum per anime infanti volentate da pallide tonache “nella Grazia di Dio”, fortezze Bastiani con muraglie di carta, come veli da strappare. Il tempo non sana, fugge e scantona; sgocciola via: Saverio rappresenta sé stesso, è lupoide tragico, che del nesso causale, del lasso temporale, ha fatto brani; l’arena è inganno, il ricordo passpartout per “ingannare” tempo e vecchio amico. Le stilettate alla memoria, celano l’intermezzo d’uno scambio fraudolento, traffico illecito, d’armi o sostanze, da tener d’occhio nella via; e Igino depone la tonaca da cicerone, della sua funerea castrazione, balbettando ancora, riconoscendo il torto subito, la pena scontata, eppure mai difesa, di nulla meritevole, di nulla e così sia: non del ricordo, al massimo l’oblio. E cosa resta, del passato straniero? Polvere e macerie, ed un piccolo gingillo ad aspirarne le frustrazioni. Il passato lo si polverizza, ma la cenere s’accumula negli interstizi più minuti. Invisibili. Via, tempo scaduto.
Ottima ed asciutta la regia di Renato Carpentieri, rende spessore al testo di Santanelli, e alla perizia di due interpreti davvero convincenti.

(13 marzo 2012)


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