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IL TRIONFO DEL NICHILISMO

IL DON GIOVANNI  - Vivere è un abuso, mai un diritto di e con  Filippo Timi

Al Teatro Bellini di Napoli dal 29 novembre all´8 dicembre

Servizio di Antonio Tedesco

 

 

Napoli - Dal prototipo di Tirso da Molina (El burlador de Sevilla y convidado de piedra del 1625), alle versioni successive di Molière e Mozart, Don Giovanni è sempre stato un personaggio eversivo, fuori dalle convenzioni sociali, un simbolo, anche tragico, di lontananza dalle regole e di trasgressione. Che si pone, essenzialmente,  come elemento di contrasto mettendo in evidenza le ipocrisie e le falsità sulle quali si basano il consenso e la convivenza sociale. Si capisce, quindi, quanto fascino possa esercitare tale personaggio su un attore, anch´esso fuori dai canoni convenzionali come Filippo Timi, che fa di Don Giovanni uno strumento per mettere a nudo la sua stessa anima, il suo modo di intendere la vita, il teatro, il mestiere d´attore. A tal fine, con questo allestimento, da lui scritto e diretto, oltre che interpretato e che potremmo definire una variazione sul tema del Don Giovanni, Timi sfrutta appieno le possibilità che il palcoscenico gli offre per dialogare con il pubblico, per aprirsi ad esso e per "aprirlo", a sua volta, sollecitandone le reazioni, provocandone la capacità di cogliere stimoli ed emozioni fuori ed oltre gli standard usualmente proposti a teatro.

Filippo Timi sottopone lo spettatore ad una sorta di tour de force percettivo. Carica il personaggio e la messa in scena di una quantità di segni, di riferimenti, di allusioni. Fa del protagonista di questo suo lavoro un grido di rivolta contro il conformismo, l´ipocrisia, la stupidità imperanti. Un trionfo del nichilismo come unica via di fuga e forse di salvezza. O anche come maniera per accettare, ma in modo non passivo e rassegnato, l´inevitabile condanna. Egli sottopone il pubblico in platea ad una continua provocazione. Che in alcuni casi risulta essere un po´ troppo programmatica e questo forse è uno dei pochi punti deboli di una messa in scena in cui il tragico resta sotteso, inespresso. Vive, ma in maniera implicita, nella sarabanda grottesca attraverso la quale si scimmiotta l´illusione dell´esserci e l´ipocrisia dell´amore, inteso come strumento atto a giustificare il bisogno di relazioni, attraverso il quale coprire quel senso abissale di vuoto sul quale Don Giovanni sembra allegramente danzare insieme a tutta l´umanità che lo circonda. Non escluso il pubblico in sala chiamato direttamente in causa da una feroce invettiva del protagonista, in qualità, evidentemente, di significativo campione dell´intera specie umana. Don Giovanni seduce le donne, si burla dei loro uomini, sembra correre a perdifiato verso la propria autodistruzione (in una scena iniziale, a tal proposito, si inietta una dose di droga) ma al contempo sembra caricare su di sé, attraverso queste azioni dissennate, tutto il dolore del mondo. Alla fine la statua del Commendatore, che nelle versioni classiche dell´opera trascina con sé all´inferno l´impenitente seduttore, diventa in questa messa in scena, la struggente immagine di un uomo in carrozzella, crocefisso alle sue flebo che lo tengono, in tutta evidenza, artificialmente in vita. Un inferno, dunque, che non è più inteso come punizione estrema per il trasgressore, ma piuttosto come condizione esistenziale diffusa, partecipata dall´umanità intera. Un inferno come dimensione universale. Ma il tragico e il buffo si mescolano e si intersecano e lo spettacolo si avvale di molti momenti godibili e divertenti così come lo sono le caratterizzazioni di tutti i personaggi, dal fedele servo Leporello che il vistoso costume riduce quasi a un gallinaceo, alle donne oggetto delle conquiste di Don Giovanni, Donna Elvira e Donna Anna racchiuse anch´esse in costumi tanto vistosi quanto di difficile gestione per le rispettive interpreti, insieme alla spassosissima e ben caratterizzata popolana Zerlina. La scena è definita principalmente da un preciso e suggestivo gioco di luci, nel quale, oltre allo stesso Timi si muovono in perfetta sintonia con lo spirito della regia, tra gli altri, Umberto Petranca, Marina Rocco, Elena Lietti, Lucia Mascino, Roberto Laureri. Molto efficaci anche le musiche che spaziano dal classico alla canzone contemporanea, con una menzione speciale per l´aria Ridi pagliaccio, che, diffusa all´inizio e nel finale, significativamente incornicia lo spettacolo.

 

2 dicembre 2013

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