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“The End” alla Galleria Toledo, una dolorosa martellata tra i denti a viso scoperto e senza alcuna censura

Servizio di Corrado Giardino

Napoli - Se avete il coraggio di affrontare a viso aperto l’argomento più ostico e censurato dell’era moderna, la morte, vi consigliamo di fare un salto alla Galleria Toledo dove, dal 31 gennaio al 5 febbraio, è in scena The End, uno spettacolo scritto da Valeria Raimondi e Enrico Castellani della Babilonia Teatri, vincitore del Premio Ubu 2011 come miglior novità italiana per la ricerca drammaturgica. Una scenografia fatta di pochi elementi indispensabili al testo, da cui si evince l’accuratezza delle scelte sceniche e la genialità dirompente dell’opera, e una sola attrice sul palco, la stessa Valeria Raimondi, vi permetteranno di ricevere, con una grazia e una poesia fuori dal comune, una dolorosa martellata tra i denti, a viso scoperto e senza alcuna censura. Il testo non lascia fuori nessuno degli aspetti inerenti alla morte e, diviso in monologhi recitati con cadenza cruda e diretta, abbraccia, in una sola ora, l’eutanasia, il diritto alla morte, l’ospedalizzazione forzata, la cura obbligatoria, l’estetica delle apparenze effimere, la macellazione degli animali, la malattia e la sepoltura.

Una vivace e ben costruita critica alla società moderna che, occultando la fine, crede di poterla passare liscia, convincendo chi ne fa parte di essere eterno, immutabile e tendente alla perfezione. Si parte con la geniale osservazione che, solo fino a pochi decenni fa, ci si impegnava ad occultare culturalmente la nascita, il sesso e l’accoppiamento, mentre della morte si esprimeva tutto, anche ai più piccoli. Al giorno d’oggi, invece, della nascita e della procreazione si sa tutto, ma la morte pare non esistere, non essere contemplata nel circolo della vita. Ce n’è per tutti di responsabilità, dalla religione basata sul peccato e sulla vita oltre, che offre come immagine quella di un Cristo morto, dimenticandosi del vero miracolo della Resurrezione, all’alimentazione meccanizzata che ci fa percepire l’hamburger non collegato alla morte di un animale. Dall’ipocrisia dei valori dominanti alla leggerezza colpevole di chi tiene lontana la malattia dei propri cari. Dall’assicurazione sulla morte che ad un vivo è negata fino ad arrivare all’ostinazione terapeutica.

La sfacciata crudezza dell’attrice, coadiuvata in un solo ma emblematico momento dagli altri attori della compagnia veneta, rende il testo ancora più efficace ed emozionante, costringendo lo spettatore ad un rapido esame di coscienza e di realtà, sulle note vibranti di parole infuocate quanto vere, dure e al naturale, egregiamente condite da una vena ironica e sagace e una poesia che trova il suo apice nel sogno di un moribondo.


(4 febbraio 2012)

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