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La insolita lezione del professore O.T. al Piccolo Bellini di Napoli fino al 3 dicembre

Servizio di Corrado Giardino

Napoli - Nella magica atmosfera del Piccolo Bellini si può assistere ad una messa in scena davvero particolare, capace di solleticare le menti fuori dal coro che, sempre alla ricerca di nuove domande, trovano conferma a vecchie risposte in un modo sbarazzino e coinvolgente. Dal 27 novembre al 3 dicembre Bruno Tramice interpreta un dirompente testo di Massimo Maraviglia, impersonando un bizzarro e sagace professore di storia e filosofia che, partendo da una lezione su Federico II, conduce il pubblico nelle suggestioni di una storia ricca di spunti di riflessione, incentrata sulla triste vicenda, fin troppo attuale, di un ragazzo morto per sbaglio, freddato da una pallottola non a lui diretta, per colpa di un laccio spezzato.

Cos’è il caso? Chi scrive il destino? Dove sono le porte tra l’al di qua e l’aldilà? Qual è il potere del “credere”? Un denso costrutto filosofico regge le fila di un testo che solo un paio di volte rischia di trasbordare in leziosa retorica. Sorretto da una scenografia che assomiglia ad una scatola magica e che, grazie al ponderato utilizzo delle luci, diviene coprotagonista, si avvale di un’interpretazione vivace e schizofrenica che trasforma il monologo in brillanti dialoghi e di una serie di digressioni che si intersecano in trama di cesto, quasi a voler accogliere i frutti dei percorsi mentali del pubblico. Sono questi gli ingredienti di una riuscita narrazione che tiene la platea appesa alla scena e alla storia, sbatacchiata dall’azione dell’attore che rende fisiche le presenze animiche e dalle invenzioni del regista che stimolano il più grande talento dell’umanità: l’immaginazione.

La storia scivola caparbia, senza mai indugiare troppo su ciò che vorresti approfondire in silenzio, senza mai lasciarti solo a chiederti se sei d’accordo, senza mai scivolarti addosso come un fantasma. Ciò che non si vede risulta essere presente quasi più di ciò che si vede e ti accompagna a scollare il “vedere” dal “credere” che è forse l’unico modo di varcare il confine che separa la realtà di chi si crede vivo dall’etericità di chi vive da morto, magari accanto a noi, nella speranza che un giorno si abbandoni tutti il raziocinio e ci si accorga dell’altra dimensione che ci vive intorno, percepibile dal dentro, invisibile fuori.

L’evento di cronaca, che purtroppo a Napoli si ripete uguale da troppo tempo, funge alla fine da Io narrante, come se la storia non parlasse di innocenti uccisi per sbaglio da killer, ma fosse da essi raccontata, affinché i vivi si rendano conto di quanto sia inverosimile e piccolo ciò che ci siamo abituati a credere, affidandoci ad uno solo dei nostri sensi, lo stesso che anche la moderna psichiatria definisce il più debole. Vedere cose, infatti, è il meno grave dei disturbi. Sarà per questo, forse, che dare un senso ad un laccio spezzato o ad una botola aperta proprio quel lontano 23 novembre, appare agli occhi di chi solo crede in ciò che vede, la cosa più folle di tutte. Non è dato sapere come finisca l’insolita lezione del professore O.T. Non ci sono dati oggettivi. Ogni spettatore ha la responsabilità di credere nel suo finale, anche se tutti abbiamo visto lo stesso spettacolo.

 

1 dicembre 2012


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